Rifiuti tossici nei cantieri, sette arresti

PERNUMIA. Con i fanghi carichi di sostanze inquinanti hanno costruito massicciate per le ferrovie, strade e parcheggi. E guadagnato più di 3 milioni di euro. Uno spaventoso traffico di rifiuti pericolosi è stato scoperto dagli uomini del Corpo Forestale dello Stato che hanno arrestato sette persone. L'indagine, coordinata dalla procura di Venezia, ha coinvolto tutto il Nordest. I fanghi industriali senza alcun trattamento venivano usati per formare «conglomerato cementizio». Così è stata costruita l'Alta Velocità, quattro chilometri di ferrovia tra Mestre e Dolo, il cavalcavia «Camerini» a Padova, un parcheggio a Granze e una strada a Ferrara. A capo dell'organizzazione un trevigiano Fabrizio Cappelletto , 49 anni di Montebelluna. Binari e cavalcavie come discariche a cielo aperto. E' quanto hanno descritto gli investigatori del Corpo Forestale della Regione che per un anno hanno ascoltato le conversazioni telefoniche degli uomini dell'organizzazione ed eseguito prelievi nei cantieri incriminati. Ha raccontato Gianfranco Munari, responsabile del nucleo investigativo della Forestale: «Abbiamo compiuto 130 campionature, 84 soltanto sui materiali utilizzati per costruire l'Alta Velocità, gli altri sul cavalcavia di Padova ed il parcheggio di Granze».
I risultati dei test erano incredibili: idrocarburi, metalli pesanti, nichel, piombo, centinaia di volte superiori ai limiti imposti dalla legge. Ieri mattina, gli arresti e il sequestro dei siti inquinati: quei quattro chilometri di massiciata tra Mestre e Dolo, in zona Arino ed il cantiere del «Camerini». Entrambe strutture vicine a zone abitate e che ora dovranno essere bonificate per evitare che quei metalli scivolino fin dentro le falde. 28 le persone indagate, tra cui i titolari delle 7 aziende che, consegnando a Fabrizio Cappelletto gli scarti di lavorazione, risparmiavano sui costi di smaltimento. Sette le ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip di Venezia, Manduzio. Capo dell'organizzazione era dunque il trevigiano, amministratore unico di due società, la «C&C» con sede legale a Mestre in via Forte Marghera e la «Digamma» in via Filodrammatici a Treviso. Ma il centro della lavorazione illegale dei materiali era in provincia di Venezia a Malcontenta, l'altra in provincia di Padova a Pernumia . Entrambe aziende della «C&C».
Le altre sei persone hanno ottenuto il beneficio degli arersti domiciliari. Tra loro, un altro trevigiano che nell'organizzazione era il «chimico». Consulente di Cappelletto , il suo ruolo era quello di manovrare le analisi. In pratica, ai fanghi che arrivavano dentro la «C&C» venivano cambiati i codici. Bastava spostare qualche numero per trasformare fanghi industriali in «prodotti» da rivendere alle ditte che avevano in appalto lavori nell'edilizia. Un lavoro semplice che però faceva guadagnare all'organizzazione migliaia di euro. Quelle finte analisi erano l'inizio della catena di complicità. Custodia cautelare anche per due geometri, liberi professionisti uno di Padova l'altro di Rovigo. Secondo l'accusa «consigliavano» ai titolari delle ditte che avevano in appalto i cantieri, di utilizzare i prodotti della «C&C» ben sapendo che fosse materiale illegale e inquinante. Uno di loro ha lavorato per conto dell'azienda che aveva ottenuto in sub-appalto proprio l'Alta Velocità. Il titolare, padovano, è stato arrestato. Gli altri due imprenditori sono di Forlì e Rimini. Il primo portava i fanghi nella sua città e le utilizzava in vari cantieri, tra cui la costruzione di case, l'altro era un procacciatore d'affari. Il meccanismo escogitato da Cappelletto , con la complicità degli altri sei, era semplice: prendeva i fanghi industriali, le polveri degli inceneritori, gli scarti delle acciaierie. Li trattava in modo illegale trasformandoli in «materia prima» da rivendere alle aziende: conglomerato cementizio altamente inquinante.
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