Trafficanti organizzati e pericolosi in Riviera del Brenta, il questore: «Aggrediamo la filiera»

Armi, violenza e una rete criminale ramificata dietro il traffico di droga, con base nella terraferma veneziana. Anche Libera lancia l’allarme sulle infiltrazioni criminali. Il questore Sbordone: «È un fenomeno complesso, a monte c’è una struttura articolata»

Maria Ducoli
Il questore Antonio Sbordone
Il questore Antonio Sbordone

Quel giorno, l’8 settembre, insieme all’auto con all’interno il corpo di Ferdinand Hoti, dal fiume Tergola, nel Padovano, è riemerso anche il problema della criminalità organizzata che fa della Riviera del Brenta e del Miranese territori in cui lo spaccio è gestito da una rete, articolata e complessa, che si estende fin al di là dei confini nazionali. Una rete che va estirpata.

A dirlo è il questore di Venezia, Antonio Sbordone. Il delitto di Hoti, 35enne originario dell’Albania, ha riportato al centro del dibattito il traffico di sostanze e il rischio di una saldatura tra la rete di spaccio e le infiltrazioni criminali. Rischio che, stando ai fatti di cronaca, è già realtà.

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«Fenomeno complesso»

«Il fenomeno dello spaccio va inquadrato in una dimensione globale», commenta Sbordone, «perché non riguarda soltanto Venezia e Mestre, ma interessa anche i territori della provincia, compresa la Riviera del Brenta e il Miranese. In queste realtà probabilmente è meno appariscente, ma è innegabile che ci sia».

Non si tratta solo dello spaccio nei parchi, del passaggio di mano in mano di dosi e soldi nei parcheggi e nelle strade meno illuminate e battute, ma di qualcosa di ben più articolato.​​​​​​ «È un fenomeno complesso, che non possiamo ridurre alla sola attività di spaccio. Quando parliamo di spaccio dobbiamo necessariamente guardare anche a ciò che c'è a monte: alle organizzazioni che alimentano il mercato, ai canali di approvvigionamento e alle strutture che consentono a queste attività di svilupparsi. È proprio in questa prospettiva che dobbiamo intervenire. Non possiamo limitarci a contrastare il singolo episodio o il singolo spacciatore, ma dobbiamo affrontare il fenomeno nel suo insieme, cercando di risalire ai livelli superiori della filiera criminale».

Nei giorni scorsi, anche Libera, l’associazione di Don Ciotti che da anni si batte contro le mafie e le infiltrazioni criminali aveva lanciato l’allarme, definendo i delitti di droga «segnali spia di una criminalità molto ramificata».

L’ombra della criminalità

La Riviera e il Miranese, d’altronde, non sono nuovi a questi fenomeni. Questo territorio è stato un trait d’union, ai tempi della banda di Felice Maniero, tra criminalità locale e mafia. Più recentemente, a dare la dimensione del legame tra traffico di sostanze e delinquenza organizzata è stata l'inchiesta che il 12 febbraio 2025 ha portato all'esecuzione di quattordici misure cautelari da parte dei carabinieri. Al centro dell'indagine un gruppo italo-albanese accusato, a vario titolo, di traffico e spaccio di sostanze stupefacenti ed estorsione.

Secondo la ricostruzione investigativa, Mira sarebbe stata uno dei punti di riferimento dell'organizzazione, che avrebbe gestito un'attività di distribuzione estesa tra le province di Venezia, Padova e Treviso. Il volume d'affari ricostruito dagli investigatori avrebbe superato i 700mila euro. Una cifra che restituisce la portata economica di un'attività ben distante dallo spaccio occasionale. Che comunque non manca: nell'ottobre 2025, sempre a Mira, un ventiduenne è stato arrestato dopo il sequestro di oltre cento dosi di cocaina.

Indagini parallele

Non molto distante dalla zona industriale di Mirano, solo due mesi prima dell’omicidio di Hoti in quella zona si era consumato un tentato omicidio. Era il primo luglio quando Luigi Makaj con la complicità di Armiol Gjoka, in via Desman a Mirano, sparò un colpo di pistola a un ragazzo di 25 anni, che voleva uscire dalla rete dello spaccio.

Due episodi che, almeno per il momento, gli inquirenti ritengono separati. E che però hanno alcuni tratti comuni accertati: l’uso di pistole, la cocaina, la nazionalità albanese dei protagonisti. Così come l’intestatario della Fiat Bravo usata da Makaj per il tentato omicidio e dell’altra Fiat Bravo nella quale viene trovato Ferdinant Hoti. È per questo motivo che anche il fascicolo sull’omicidio di Hoti è finito sul tavolo del pubblico ministero Marco Magini, lo stesso pm del tentato omicidio di luglio, oltre a quello della collega Rossella Torrusio.

Gli inquirenti, insomma, hanno puntato il faro delle indagini sui traffici di droga che inondano la provincia veneziana.

Non solo controlli

Se le indagini per ricostruire l’omicidio di Hoti - e il traffico criminale che potrebbe esserci dietro - sono in corso e le forze dell’ordine sono sempre impegnate sul fronte dei controlli per il contrasto del traffico di sostanze stupefacenti, il questore fa anche presente che non basta: le dipendenze sono problematiche complesse e hanno bisogno di risposte complesse e articolate.

«Bisogna dire le cose come stanno», aggiunge Sbordone, «la tossicodipendenza non la può risolvere la polizia e di certo non la polizia da sola. Bisogna fare un lavoro sinergico». Richiesta, questa, che da tempo stanno facendo anche associazioni e realtà impegnate nel contrasto allo spaccio, oltre che una parte politica, tutti concordi nel chiedere più attenzione e fondi per il sociale in modo da contrastare il disagio e curare le dipendenze.

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