Semprevivo Mistero Buffo: il teatro-icona di Dario Fo

PADOVA. “A Padova veniamo sempre volentieri, se non altro per mangiare il baccalà». Dario Fo e Franca Rame la mettono sul culinario, ma in realtà il legame con la città è profondo. «Abbiamo molti amici - dice Franca Rame - anche se alcuni non li vediamo da tempo, poi è la patria del nostro Ruzante». E il riferimento a Ruzante non è casuale, perché in fondo “Mistero buffo”, che i due attori riporteranno in scena a Padova il 10 marzo al Gran Teatro Geox, a 40 anni di distanza dalla prima volta, è uno spettacolo dal clima ruzantiano, sia nel linguaggio sia nei temi. E non a caso uno dei primi ad apprezzarlo fu proprio uno studioso di Ruzante come Gianfranco Folena e Dario Fo ancora oggi ama citarlo: «Lo spettacolo nasceva da molto studio, dai testi dei primi studiosi di folklore e da quelli degli studiosi di linguistica come Folena che scrisse, allora, che guardando Mistero Buffo si poteva ottenere un’idea del tutto credibile di cosa fosse il teatro satirico dei giullari medioevali». Un bel complimento, non c’è che dire, per un attore col vizio della scrittura e della storia. «La passione della storia – dice Franca Rame - l’abbiamo avuta sempre. A ben vedere quasi tutti i nostri spettacoli, anche quelli di maggiore attualità partono dalla storia».
Per Dario Fo, invece, il legame precede il suo essere attore. «Ho letto molto per conto mio – dice – ma la prima spinta è venuta dai miei insegnanti all’Accademia di Brera, che facevano grandissime lezioni parlandomi non solo del Duomo di Modena, ma anche del popolo che lo aveva costruito, delle sue rivolte, delle sue sofferenze». E questa idea di storia popolare che attraverso i secoli arriva all’attualità pervade tutti i testi di Fo e inevitabilmente anche “Mistero buffo”, anche se Fo dice che non è colpa sua se adesso quando parla del Miracolo di Lazzaro il pubblico comincia a pensare a Silvio Berlusconi. Il fatto è – dice lui – che la politica si mette sempre in mezzo.
“Mistero buffo” è probabilmente il testo più famoso di Dario Fo, non sono pochi a ritenere che sia stato proprio quello spettacolo a determinare l’assegnazione del Nobel. Nacque nell’estate del 1968, una data simbolicamente forte. «Dario – dice Franca Rame – leggeva in quel periodo i vangeli apocrifi, che furono i veri materiali di partenza del lavoro. Trovava che fossero testi straordinari, perché erano letteratura popolare, raccontavano in modo semplice cose che valevano anche per noi». Ma la svolta per la scrittura del testo venne quando Dario Fo trovò il linguaggio, il grammelot «Dario – dice ancora Franca Rame – lo usò per il primo testo di Mistero buffo che ha scritto, quello dedicato a Bonifacio VIII. Era un impasto di dialetti, con termini latini ed espressioni onomatopeiche che trasmetteva una grande comicità». Sì perché forse va chiarito che in realtà il Grammelot Dario Fo se lo è inventato. «Non potevo fare altrimenti – racconta – non esistevano registrazioni del cinquecento, avevo letto che i giullari medievali lo usavano, poi ho trovato in Molière un esempio ed il resto l’ho immaginato. Del resto il grammelot è una invenzione continua, cambia ogni sera è impossibile ripeterlo».
Dopo la dissacrante satira su Bonifacio, che fece imbestialire più di un canonico, vennero gli altri pezzi di Mistero Buffo. «In ordine – ricorda ancora Franca Rame – sono venute le Nozze di Cana, la Resurrezione di Lazzaro, la fame dello Zanni e quindi Maria alla croce che non era un brano comico. Le prime volte lo faceva Dario con un velo da donna poi insistette perché lo facessi io. Era un brano molto bello, ma anche molto difficile che racconta la ribellione di Maria contro Dio». Ma quello che emerge dai ricordi, raccontati con voce rauca ma ancora piena di energia, è soprattutto il modo in cui lo spettacolo è nato. Dario Fo è convinto che «un’opera teatrale non dovrebbe apparire piacevole alla lettura: dovrebbe scoprire i suoi valori solo sul palcoscenico» e per questo ritiene che in fondo Franca Rame sia una coautrice del testo: «Dario si è sempre fidato del mio senso del ritmo teatrale, eredità della mia famiglia di teatranti, e così prima di andare in scena ha sempre chiesto a me cosa cambiare e cosa lasciare».
Perché Mistero Buffo è stato quasi involontariamente un “work in progress” arricchendosi di nuovi testi, di altre variazioni: «Siamo arrivati una volta a Roma – dice Dario Fo – a metter in scena in cinque sere diverse, cinque diversi spettacoli, senza ripetere un solo brano. Ed in realtà avremmo anche potuto andare avanti, solo che era uno sforzo mostruoso e ci siamo fermati, ma se dovessimo farlo oggi sarebbero almeno dieci».
Eppure ci sono anche i pezzi classici e immancabili, per esempio la fame dello Zanni, che non possono non rivivere anche in questa edizione, che ha cominciato a girare per l’Italia. Non solo, Dario e Franca continuano a rivendicare la loro autonomia da un testo che li ha accompagnati per una gran parte della loro vita teatrale. Raccontano che il loro piacere è massimo quando nasce in pieno spettacolo una situazione nuova, quando il copione si scardina. Perché anche se ormai gli anni sulle spalle sono tanti, la passione per il lavoro è la stessa e recitare all’improvviso, come i vecchi maestri dell’arte, rimane – dicono loro - il massimo piacere. «In realtà – chiude Dario Fo – non credo di aver mai fatto due Mistero Buffo uguali, perché uno degli autori è il pubblico. A seconda di come risponde si modificano le situazioni, le battute, è qualcosa che nasce ogni sera sulla scena, ancora oggi, dopo tutti questi anni».
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