Tempio della Pace, nuovo corso: «Ora aiutiamo i penultimi»

PADOVA. Una chiesa dalle cento vite, il Tempio della Pace, prima pietra nel 1920, bombardata nel 1943, riaperta nel 1949, e dove giacciono le spoglie di 5401 soldati della prima guerra e, dal 1960, di mille civili uccisi dai bombardamenti durante la seconda. Una chiesa dove piove dentro e per fare i lavori il parroco don Elia Ferro, 67 anni, sta rastrellando soldi (ha raccolto 350 mila euro tra 8 per mille, Cassa di Risparmio e Regione, ne mancano ancora 100 mila); dove i parrocchiani sono pochissimi ma dove si riuniscono gruppi vari e ben 40 comunità straniere. Compresi i cattolici cinesi, con tanto di parroco, don Paolo Zhu, arrivato a Padova da un anno, che ogni ultima domenica del mese celebra messa nel Tempio, in cinese. Passando per incontri di riflessione, di ginnastica dolce e perfino di ping pong, visto che in una stanzuccia ci sono tavolo e racchette. E, capitolo speciale, fermandosi sui juggler, i giocolieri. I quali da dieci anni, grazie a Ivan Giussani, 32 anni e Luca Mancini, 36 anni, che giocolano per mestiere (e che garantiscono col parroco, aprono e chiudono, puliscono), ogni lunedì dalle 21.15 a mezzanotte nella sala o d’estate nel cortile del patronato, si allenano con clave, devilstick, palline, monocicli, perfino i tessuti. Dai 18 ai 50 anni e oltre, di lì passa, è passata o passerà tutta la comunità padovana degli artisti di strada. Alcuni sono giocolieri, clown, funamboli per lavoro, altri per passione e nella vita studenti, ingegneri, impiegati, insegnanti. Può arrivare chiunque, per imparare o esercitarsi. Non ci sono quote da pagare. Un mondo accogliente, estroso e appassionato che regala a quella parrocchia di frontiera dai muri scrostati vitalità e colori.
Non solo il tetto della chiesa è da rifare, anche la grande sala del patronato avrebbe urgenza di lavori: chi la usa versa una quota al don, poca roba. E dai parrocchiani, la raccolta è grama: sono 1300 i residenti della zona “coperta” dal Tempio, di cui 400 stranieri e un bel tot di laici, a giudicare dalle presenze. Il resto sono uffici. «Il nostro “pubblico”», spiega don Elia « è fatto dai residenti, che dimuniscono; e dai transeunti, li chiamo così: gente di passaggio che sosta in chiesa». E insiste sul fatto che la “sua” chiesa, a un passo della stazione, è il biglietto da visita della città, che dovrebbe essere valorizzata, curata e sistemata, come anche il quartiere, a maggior ragione ora. Visto che «tra due anni sarà il centenario dell’entrata in guerra dell’Italia: 1915. A Padova c’era lo Stato maggiore, è stata una città significativa per il conflitto. E questa chiesa si chiama Tempio della Pace, ospita l’ossario, è sorta come voto di Padova per la pace e come memoriale. Dovrebbe avere un ruolo speciale nelle celebrazioni».
Intanto, a fine luglio inizieranno i lavori per il tetto, e ai 100 mila euro mancanti qualche santo provvederà.
Come, d’altra parte, qualche santo, anzi Del Santo, ha provveduto per 30 anni e fino a due anni e mezzo fa, a tenere in equilibrio quella difficile parrocchia. Si chiama don Angelo, Del Santo appunto, ottanta e passa anni , ora in pensione, è stato lo storico parroco della Pace. Un don a braccia spalancate. Osteggiato ma amatissimo. Cancello sempre aperto e, nel cortile, un tavolo con il pane per chi aveva fame, un altro con vestiti e scarpe, per chi ne aveva bisogno. Un viavai continuo, tanti extracomunitari, una mano a tutti: ché la zona è l’avamposto dell’emergenza. Con don Ferro i cancelli sono chiusi, e si aprono solo se si sa chi bussa: «Abbiamo privilegiato di aiutare i penultimi», spiega; «quelli che magari la casa ce l’hanno ma non hanno la corrente». Sempre frontiera ma più “presentabile”, un passo indietro rispetto all’accoglienza senza se e con pochi ma di don Angelo.
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