Tentato rapimento del figlio di un industriale, 22 anni al barista e ai due complici

ESTE. Ventidue anni di carcere per il tentato sequestro di un quattordicenne. È questa la pesante pena inflitta a Massimo Silvestrin e ai suoi due complici, i rodigini Gianfranco ed Antonio Gallani. Silvestrin, 41 anni, ex proprietario e tuttofare dello Zebbra Pub di via Deserto a Este, dovrà scontare una pena di otto anni e otto mesi, mentre i due “colleghi”, padre e figlio di 69 e 43 anni, sono stati condannati rispettivamente a sei anni e sette anni e quattro mesi. La condanna è arrivata al termine del processo di primo grado in Corte d’Assise a Vicenza.
La sentenza è stata pronunciata dal presidente dell’Assise, Maurizio Gianesini (a latere Deborah De Stefano con i sei giudici popolari) dopo due ore e mezza di camera di consiglio e ha confermato l’impianto accusatorio del pubblico ministero. Oltre al carcere, i tre dovranno anche risarcire, come danni morali, 60 mila euro al ragazzo che avrebbero dovuto sequestrare e 40 mila euro a ciascuno dei genitori. Dunque, un risarcimento totale di 140 mila euro.
Per la Corte d’Assise il tentativo di sequestrare l’adolescente sarebbe stato concreto e sarebbe stato sicuramente portato a termine se non fossero intervenuti i carabinieri del Ros. Silvestrin e i due complici, lo scorso 27 gennaio, vennero arrestati davanti all’abitazione di Thiene (Vicenza) della famiglia Bassan-Bassetto. I tre avevano in mente di rapire il figlio quattordicenne di un imprenditore impegnato nel commercio di bevande, al quale lo stesso Silvestrin doveva poche migliaia di euro: l’obiettivo era di guadagnare almeno 600 mila euro come riscatto. Proprio l’evidenza di reato aveva portato la pubblica accusa a chiedere 26 anni totali di carcere, ed in particolare nove anni e quattro mesi per Massimo Silvestrin, residente a Pojana Maggiore ma molto noto ad Este per aver dato vita al locale di via Deserto (che ora ha completamente cambiato gestione e nulla ha più da condividere con Silvestrin).
La difesa, d’alto canto, ha negato la possibilità che quel 27 gennaio si portasse effettivamente a termine il sequestro di persona, sostenendo che il rapimento era stata soltanto un’ipotesi, mai realmente messa in campo, e dunque nelle intenzioni dei tre ci sarebbe stata una notevole distanza tra la velleità e la volontà vera e propria di compiere un delitto come quello. A testimoniarlo ci sarebbe stata la disorganizzazione della banda stessa e la mancanza di una vera e propria strategia d’azione. Tesi, questa, a cui la Corte evidentemente non ha creduto.
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