«Troppi odori dai vicini»: residente si blinda in casa
Accade a Ponte di Brenta: la donna vive una difficile convivenza con i dirimpettai. Il racconto: «Hanno la cappa scollegata in cucina, ma nessuno ha fatto niente»

L’odore corre più veloce della luce. Sale dal piano di sotto, si infila nelle stanze, si deposita sui mobili, sui vestiti, sulle tende esterne che ormai sono sempre ripiegate. Da due anni una residente di Ponte di Brenta racconta di vivere così: finestre chiuse anche d’estate, biancheria che non può essere stesa all’aperto, terrazza inutilizzabile. L’appartamento sottostante al suo, in un condominio che definisce «tranquillo», è stato acquistato da una famiglia di origine bangladese. Da allora racconta che «la casa e la terrazza sono invase dagli odori sgradevoli di cucina speziata».
La donna, Giulia Villi, asmatica, sostiene di aver inviato diffide personali, di aver coinvolto il proprio avvocato e l’amministratore condominiale, che in un sopralluogo avrebbe riscontrato la cappa aspirante scollegata. Due esposti alla Polizia locale non avrebbero però prodotto interventi. «Mi chiedo, è questa l’integrazione che vogliamo?», domanda in una lettera inviata pure alla comunità bangladese di Padova.
Diffide, esposti e verifiche
Nel dettaglio, la residente riferisce di aver affrontato il problema inizialmente in modo diretto, segnalando ai vicini il disagio causato dalle esalazioni. Non avendo ottenuto, a suo dire, risultati, ha formalizzato una diffida. Successivamente sono partite ulteriori comunicazioni tramite il legale e l’amministratore di condominio.
Quest’ultimo, durante un sopralluogo, avrebbe verificato che la cappa aspirante risultava non collegata alla canna fumaria, nonostante rassicurazioni precedenti, chiedendo l’installazione di un sistema di aspirazione adeguato. Parallelamente, la donna ha presentato due esposti alla Polizia locale, corredati da documentazione video. Racconta di aver sollecitato più volte un intervento anche tramite chiamate ai carabinieri di Noventa Padovana. Finora, sostiene, non vi sarebbe stata una verifica sul posto né un accertamento sulla regolarità dell’impianto o sui titoli abitativi.
Il nodo della convivenza
La vicenda tocca un terreno delicato: quello della convivenza tra abitudini diverse all’interno degli stessi spazi abitativi. Gli odori di cucina, specie se persistenti e intensi, possono configurare immissioni moleste quando superano la normale tollerabilità prevista dal codice civile. La valutazione, tuttavia, richiede accertamenti tecnici e spesso sfocia in contenziosi complessi, dove si intrecciano regolamenti condominiali, norme igienico-sanitarie e diritti individuali.
Nel racconto emerge anche un interrogativo più ampio sull’integrazione e sul rispetto reciproco. La residente precisa di non aver mai avuto problemi analoghi in passato e di sentirsi oggi costretta a «vivere blindata» in casa propria. Allo stesso tempo, affida la missiva anche alla comunità bangladese cittadina, auspicando comprensione e suggerimenti per una soluzione condivisa. Un passaggio che evidenzia come, oltre all’aspetto tecnico, il conflitto abbia assunto una dimensione relazionale.
La strada della mediazione
Accanto agli strumenti legali, a Padova è attivo un servizio di mediazione sociale dei conflitti, basato su un modello di giustizia riparativa e mediazione umanistica. Dopo una segnalazione – da Polizia locale, Servizi sociali o su iniziativa delle parti – un’équipe multidisciplinare incontra separatamente i soggetti coinvolti per raccogliere fatti ed emozioni in uno spazio neutro. Se vi è consenso, si procede a un incontro assistito da mediatori professionisti.
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