Uccide la moglie e si spara alla testa

Omicidio-suicidio passionale del poliziotto Gabriele Ghersina. Ha freddato nel sonno Silvana Cassol, sua moglie e madre di tre figli

CADONEGHE - Non ha nemmeno avuto il coraggio di guardarla in faccia per l’ultima volta. L’ha colta nel sonno, le ha puntato la canna della pistola alla nuca e ha premuto il grilletto. Poi ha rivolto l’arma contro di sé, alla tempia, mettendo così fine al suo amore malato, all’ansia che lo stava divorando, alla paura di un futuro che non vedeva più.

Gabriele Ghersina, 38 anni, originario di Trieste, assistente capo della polizia, ha ucciso la moglie Silvana Cassol, 49 anni, originaria di Sedico (Belluno), ex vigile urbano a Padova, ora impiegata in municipio e madre di tre figli.

«Ho rovinato tutto io», aveva confidato l’agente ad un collega qualche giorno prima. Ieri l’epilogo. In camera da letto, la tomba di una storia che durava da dieci anni. In una stanza adibita a studio, l’album ancora aperto con le foto del matrimonio.

L’allarme alle 9.30 L’assistente capo Gabriele Ghersina ieri mattina doveva presentarsi a lavoro alle 8 in punto. Lui, armaiolo al II Reparto Mobile di via D’Acquapendente, agente preciso, puntuale e con il telefono cellulare sempre acceso, non aveva mai tardato nemmeno un minuto. Per questo i colleghi si sono subito preoccupati quando hanno visto che non arrivava. Hanno tentato di contattare la moglie senza ricevere alcuna risposta.

Così, verso le 9.30, hanno raggiunto casa sua: un appartamento di 90 metri quadrati al terzo piano di una palazzina costruita vent’anni fa, in via Alberto Mario a Cadoneghe, un quadrilatero delimitato dalle case popolari e da piazza del Sindacato. Un lago di sangue La porta dell’alloggio al terzo piano, interno 7, era chiusa a chiave.

I colleghi di Ghersina hanno chiesto aiuto ai residenti del palazzo, intercettando i testimoni di nozze che disponevano di una copia delle chiavi. Dopo aver percorso qualche metro in un appartamento perfettamente in ordine e con un mazzo di fiori ancora freschi sul tavolo del soggiorno, hanno spalancato la porta della camera da letto e sono stati travolti dall’odore di chiuso mescolato a quello del sangue.

Sul letto matrimoniale Silvana Cassol dava le spalle al compagno, giaceva su un fianco, in pigiama, coperta dal piumone invernale, con il cranio bucato all’altezza della nuca. Gabriele Ghersina era accanto a lei, supino, con la testa perforata da tempia a tempia. Tra loro, nel materasso tempestato di chiazze rosse, una pistola Glock calibro 9, arma austriaca, leggera e infallibile.

Sul pavimento, un cuscino con impressi i segni della tragedia. Nella stanza c’era anche Luke, l’adorato pitbull tigrato, che si muoveva nervosamente attorno al letto.

Indaga la squadra mobile. Al momento la ricostruzione più attendibile, secondo gli uomini della squadra mobile di Marco Calì, è quella dei due colpi di pistola sparati dal poliziotto tra le 4 e le 6 del mattino: prima contro la moglie, poi contro se stesso. Gli investigatori della questura però hanno trovato un solo bossolo, circostanza che potrebbe avvalorare la tesi di un unico colpo esploso dall’agente. In questo caso, prima di far fuoco, l’uomo avrebbe appoggiato la testa a quella della consorte.

In via Mario ieri mattina è giunto anche il pubblico ministero di turno Vartan Giacomelli. Oggi in procura sarà conferito l’incarico per l’autopsia sui due corpi, esame che servirà a dare risposte a tutte le domande.

Movente passionale Ciò che non lascia adito a dubbi è il movente. La tragedia di via Mario è figlia di una storia d’amore che durava da dieci anni ma che ormai, dopo appena due anni di matrimonio, si stava avviando alla conclusione. Chiuso e introverso lui, vivace ed esuberante lei. Due caratteri molto diversi, a tratti anche opposti. L’ultimo fine settimana l’avevano trascorso lontani l’uno dall’altra. Doveva essere un momento di pausa. È stato l’inizio della fine.

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