Un solo padovano tra 66 bambini stranieri all'asilo

PADOVA. L’anno scorso i bambini iscritti alla scuola materna statale Quadrifoglio, in via Bach, all’Arcella, che fa parte del Quarto Istituto Comprensivo, erano 46, dei quali uno solo era figlio d’italiani, mentre tutti gli altri erano figli di stranieri, anche se quasi tutti erano nati in Italia.
Quest’anno gli iscritti sono aumentati: sono 66. Tutti figli d’immigrati, eccetto un padovano doc e un bambino nato da una coppia mista. Sino ad oggi, a differenza dell’anno scorso, nessuno ha ancora protestato, ma è evidente che la scuola materna statale di via Bach, ha già raggiunto un nuovo record che, nei prossimi giorni, farà, quasi certamente, discutere più di prima.
Anche alla luce della decisione, messa in atto dal Comune, di togliere i mediatori culturali e linguistici dalla scuola dell’obbligo. In tutto il terriorio comunale il tasso d’immigrazione si assesta sul 15%, nel quartiere più grande della città, la percentuale di stranieri residenti è già arrivata al 27%, ed è destinata a raggiungere, in pochi anni, il 30% visto che nella zona tra Borgomagno e Pontevigodarzere, continuano a venire ad abitare decine di bengalesi, pakistani, indiani, nigeriani, rumeni, moldavi, cinesi e albanesi.
In genere gli stranieri prefericono iscrivere i propri figli nelle scuole materne statali, che dipendono direttamente dal Ministero dell’Istruzione e non in quelle gestite dal Comune (in tutto 10) perché il costo di frequenza è più basso. La differenza si può notare anche quando si transita davanti le due materne di via Beethoven e via Bach, divise, da tre anni a questa parte da una rete di recinzione molto marcata sebbene siano frequentate da bambini della stessa età ( 3 -5 anni ).
«Il problema è essenzialmente di tipo economico» dice un sindacalista della scuola. «Gli immigrati che, in genere, sono più poveri degli italiani, mandano i figli alle materne statali perché, ad differenza delle comunali, non c’è una retta fissa da pagare ogni mese (95 euro). Il pasto (4,80 euro) bisogna pagarlo solo quando lo si consuma e, poi, non ci sono i controlli, a tappeto, che avvengono nei plessi gestiti dal Comune».
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