Evasori su Onlyfans, intimità svenduta e privacy blindata

Abbonamenti, contenuti esclusivi per adulti, sponsorizzazioni e visualizzazioni: undici creator avrebbero evaso oltre tre milioni di euro, ma i loro nomi e pseudonimi restano sconosciuti. Un caso che solleva interrogativi sul confine tra privacy e diritto di cronaca

Andrea Zambenedetti
Schermata del sito Onlyfans
Schermata del sito Onlyfans

C’è qualcosa di curioso nella società che abbiamo costruito: siamo disposti a mettere in vetrina quasi tutto di noi, ma quando qualcuno prova a guardare dietro la vetrina scende la saracinesca.

Undici digital creator avrebbero sottratto al fisco oltre tre milioni di euro, guadagnati attraverso abbonamenti, contenuti esclusivi per adulti, sponsorizzazioni e visualizzazioni sui social. Persone capaci di trasformare la propria presenza online in un'attività remunerata, ma delle quali non conosciamo il nome né lo pseudonimo.

Non sappiamo chi siano questi undici professionisti dell’intimità digitale, né quali personaggi si nascondano dietro i profili che qualcuno paga, profumatamente, per frequentare. Sappiamo quanto avrebbero guadagnato, quanto avrebbero nascosto al fisco e persino come i finanzieri siano arrivati a ricostruire i loro ricavi. Ma non sappiamo chi siano. La loro attività è pubblica, i loro incassi ricostruibili, la loro identità intoccabile.

Sia chiaro: nessuno chiede di esporre alla gogna qualcuno per il solo fatto di vendere immagini, video o frammenti di sé. Né per alimentare l’invidia sociale.

Inoltre, nessuno può essere considerato colpevole prima che le contestazioni siano accertate nelle sedi competenti. Il garantismo non è un optional da indossare quando ci fa comodo: è una regola di civiltà.

Ma il garantismo non può neppure essere un alibi per sottrarre alla discussione pubblica fatti che hanno una rilevanza pubblica. Si tratta di capire dove finisce la riservatezza e dove comincia il diritto di sapere, soprattutto quando entrano in gioco milioni di euro e il rapporto con il fisco.

La contraddizione è tutta qui. Si vende l’illusione di un rapporto personale a sconosciuti che pagano per sentirsi meno sconosciuti. Poi, quando l’attenzione si sposta dai contenuti ai conti, l’identità torna a essere un territorio blindato.

Il rischio è che nell’epoca in cui tutto si vende, anche l’anonimato finisca per diventare un privilegio.

E allora la soluzione, banale, potrebbe essere che siano gli stessi content creator ad alzare la mano e ad essere trasparenti.

Con il fisco, e con chi paga per conoscere i loro segreti più intimi.

 

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