Masini, lo studioso che credeva nell’utopia Europa

Attraverso la donazione della biblioteca riscoperta una figura illuminata del ’900
Di Francesco Jori

di Francesco Jori

Anche lui ha avuto i suoi nomi di battaglia, da Barba a Marco Ombrellari, come tanti antifascisti veneti; lui che lo è stato fin dalla prima ora. Ma quello che meglio rende la sua straordinaria figura è “buon Samaritano”: patente morale attribuitagli da rifugiati di ogni tipo che, riparati durante il ventennio in quella Svizzera dove a sua volta aveva dovuto fuggire, hanno trovato nella sua persona e nella sua stessa casa un accogliente approdo. È stato davvero un protagonista della sua epoca, Odoardo Plinio Masini, classe 1893, padovano di grande spessore: mazziniano fervente, repubblicano convinto, nemico dichiarato del fascio, uomo di eccezionale cultura e di grandi curiosità intellettuali; sempre dalla parte della libertà, al punto da guadagnarsi molti anni dopo, in quella terra svizzera dov’era rimasto anche dopo la guerra, l’attestato di “console dell’Italia libera tra gli uomini liberi”. Eppure, come spesso accade, finito nel cono d’ombra della storia da quasi mezzo secolo, dopo la sua morte avvenuta a Battaglia Terme nel 1972: dal quale oggi lo sottrae un’ampia e stimolante rivisitazione proposta nell’ultimo numero di “Terra e Storia” (rivista di storia e cultura diretta da Francesco Selmin) da Maurizia Rosada e Paolo Bonaldi.

Convinto seguace del pensiero di Mazzini, Saffi e Cattaneo, Masini si iscrive giovanissimo al Partito Repubblicano fondato a Bologna nel 1895, affascinato dal progetto di “un’Italia finalmente unita, repubblicana e democratica”. Irredentista, è un suo intervento su Oberdan a portarlo in carcere già nel 1910, a Belluno, dove studia da perito tecnico: più tardi, nel propugnare l’entrata in guerra dell’Italia lo fa anche in vista di quella che allora era un’utopia, gli Stati Uniti d’Europa.

Combatte in Cadore nel battaglione aviatori. Poi, quando cominciano a soffiare minacciosi i venti del fascismo, è tra i primi ad aderire con Egidio Meneghetti e altri alla sezione padovana di “Italia libera”, promossa in vari punti del Paese, dopo l’assassinio di Matteotti, da figure del calibro di Ernesto Rossi ed Emilio Lussu. Per molti, specie tra i più giovani, diventa un’autentica bandiera dell’antifascismo padovano; ma proprio per questo per il regime rappresenta un personaggio decisamente scomodo; tanto che gli squadristi minacciano apertamente lui e altri, spiegando che “non ne avrebbero garantito l’incolumità”.

Il fascio arriva a condannarlo al confino per quattro anni, ordinandone l’arresto immediato. È così che Masini è costretto a una rocambolesca fuga, riparando in Svizzera, dove già vivono numerosi esponenti repubblicani e altri fuorusciti; è qui che conosce la sua futura moglie, Hildegard Schulze Wellinghausen, dalla quale avrà due figlie, Anita e Marisa. Qui apre un’attività commerciale che gli consente di assicurare un aiuto concreto e un prezioso appoggio a tanti rifugiati, tra cui nomi del valore di Rosselli, Turati, Nenni, Terracini, Marchesi, Silone, Einaudi: “la centrale dei profughi a Lugano”, viene definita la sua bottega da Libero Marzetto, straordinaria figura di antifascista veneto che gli è stato particolarmente vicino. Nel 1932 nasce la testata quindicinale “Italia libera”, da lui diretta; con Reale, Silone e altri, è tra gli animatori della casa editrice Le Nuove Edizioni di Capolago, che pubblica scritti di autori antifascisti messi al bando dal regime. Partecipa infine alla breve ma gloriosa esperienza della Repubblica Partigiana dell’Ossola.

Finita la guerra, nata finalmente la Repubblica, Masini rimane in Svizzera, a Briga, dove diventa vice console d’Italia; si fa talmente benvolere che la gente del posto lo chiama “papà Masini”. E purtuttavia continua a tenersi in contatto con la sua Padova, facendovi brevi rientri che lo vedono tra i frequentatori della storica libreria Draghi.

Infine, l’età avanzata gli suggerisce un ritorno definitivo, stabilendosi nell’ex villa Cini di Battaglia Terme, lasciatagli in eredità dal fratello farmacista; tiene viva la fede repubblicana, partecipando ai congressi del partito fino a quello di Firenze del 1971; si spegne l’anno successivo, all’ospedale di Padova, lasciandosi dietro un diffuso rimpianto. “Fu di una razza che mai scese a compromessi con chicchessia”, lo ricordò il giornalista Giovanni Lugaresi quando sia Padova che Battaglia decisero di intitolargli una strada.

A rilanciare alla grande il suo ricordo, interviene ora un gesto esemplare dell’unica figlia superstite, Marisa, che ha scelto di donare al Comune di Battaglia l’ampio ed eccezionale patrimonio librario del padre. Un modo per ricordare non solo l’uomo, ma anche la centralità, l’importanza, il valore dell’impegno civile, in tempi di così diffusa e preoccupante anestesia civica.

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