Non vuole comunisti e gay in cucina, chef condannato per discriminazione

Dovrà risarcire alla Cgil del Trentino una somma pari a 6.000 euro

(ANSA) - TRENTO, 28 APR - Niente comunisti, meglio se non propensi alle rivendicazioni sindacali e senza problemi di orientamento sessuale. Questo, nei desiderata del noto chef Paolo Cappuccio, era l'identikit perfetto della persona che poteva ambire a lavorare nella "brigata di cuochi" di un importante hotel di Madonna di Campiglio. Il testo dello chef stellato, e le successive interviste su media nazionali in cui rimarcava la propria idea, sono però state definite discriminatorie dal Tribunale di Trento. Si conclude così il ricorso presentato dalla Cgil del Trentino, assistita dagli avvocati Giovanni Guarini e Alberto Guariso. I fatti risalgono al 4 luglio dello scorso anno quando con un post sul proprio profilo Facebook Cappuccio rilanciava le caratteristiche che doveva avere, o non avere, chi intendeva partecipare alla selezione, promossa da lui, come chef o pasticcere per la stagione invernale in un albergo di Madonna di Campiglio. Contenuti, ripresi dalla stampa locali, ribaditi ad un'intervista su La Zanzara e su un articolo de Il Giornale. Una sentenza "storica" quella scritta dalla giudice Giuseppina Passarelli, tra le pochissime in Italia di questo tenore, in cui Cappuccio viene condannato per "il carattere discriminatorio" delle sue dichiarazioni e per le quali dovrà risarcire al sindacato di Via Muredei una somma pari a 6.000 euro, più le spese legali. Il Tribunale ha stabilito, inoltre, che la sentenza dovrà essere pubblica su un giornale nazionale, Corriere della Sera, Repubblica, Il Sole24Ore, La Stampa o il Fatto quotidiano. (ANSA).

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova