Dal cannocchiale di Galileo a Mazzacurati: il Veneto capitale del cinema
Il libro di Gian Piero Brunetta, edito da Ronzani, raccoglie sessant’anni di attività del critico. La dimensione originale e d’avanguardia della scuola veneta: dai Remondini di Bassano a Ermanno Olmi

Che il Veneto sia terra di fermento culturale, sia in ambito artistico che letterario, non è una novità. Che lo sia diventato anche dal punto di vista cinematografico è anch’esso un dato di fatto dai tempi del precinema. Anche negli studi la scuola veneta ha sempre avuto una sua dimensione originale e d’avanguardia, dalla prima tesi di laurea sul cinema discussa da Francesco Pasinetti, nel 1933, a Padova, al magistero di Giorgio Tinazzi e Gian Piero Brunetta. Una diffusione alimentatasi attraverso il lavoro critico delle ultime generazioni, su quotidiani, riviste specializzate (come non ricordare la vicentina Segnocinema purtroppo scomparsa col suo fondatore Mario Calderale) e siti internet, tanto che il gruppo Triveneto del Sindacato critici è inferiore solo a romani e lombardi.
Sessant’anni di studi di Brunetta
Ora un volume proprio di Gian Piero Brunetta riassume non solo sessant’anni di attività e di studi del professore (nato per caso a Cesena nel 1942 da padre veneziano e madre piemontese), sin dalla laurea del 1966 con una tesi su teoria e critica cinematografica in Italia negli anni Trenta e la genesi dell’idea di neorealismo. Ma più in generale Veneto capitale del cinema e della visione. Dal cannocchiale di Galileo al cinema di Mazzacurati (edito negli “Intrecci” di Ronzani, euro 34, pp. 435) ripercorre e ricostruisce le diverse zone protette dove cinema e società hanno trovato felici e non sporadiche manifestazioni.

Quattro i capitoli in cui Brunetta declina il suo amore verso le visioni plurisecolari tra Adige e Livenza, scanditi in senso storico perché le attenzioni scientifiche ed editoriali di Brunetta hanno sempre prediletto, tra i primi in Italia, il rapporto tra cinema e storia: in ordine cronologico si parte così dal telescopio di Galilei per fermarsi sul ruolo dei celebri Remondini di Bassano, non solo nel propagare le stampe popolari, come ha spiegato un altro specialista come Mario Infelise, quanto nel portare a spasso, nella gerla dei Tesini, quelle stampe che diventano poi la matrice originaria degli spettacoli ottici, come nel caso della lanterna magica, dando vita a un autentico «mercato comune delle immagini… una lingua franca, valida per tutti». È il “Mondo novo” consacrato dagli affreschi di Giandomenico Tiepolo (1791) e poi dal lavoro di collezionismo e catalogazione di Laura Zotti Minici nel museo del precinema, altra perla veneta come quello delle maschere di Donato Sartori. E quindi l’arrivo del cinema, a Padova come a Venezia, in quei dieci anni che trasformano l’idea della visione popolare.
Film, critici, ambientazioni
Il volume di Brunetta passa in rassegna le diverse oasi, come si diceva, a cominciare da Venezia, che diventa sinonimo di Mostra del Cinema dal 1932, per esplodere negli anni Cinquanta, dedicando attenzione anche a quel fenomeno ristretto, ma curioso, che fu il cinema di Salò. Una mappa che si consolida sullo schermo nelle centinaia di film ambientati in Veneto: almeno un migliaio quelli “veneziani”, circa il triplo di tutto il resto del Veneto, nonostante le ultime, felici, manifestazioni dalla Terraferma. Ma anche grazie a una delle poche strutture consolidate, come l’Ufficio Cinema del comune di Venezia, che gestisce ancora quattro cinema e otto sale, in scia del lavoro che fece dagli anni Novanta Roberto Ellero. Venezia conta anche diversi capostipiti della ricerca e dell’attività critica, come Carlo Montanaro, ma non vanno qui dimenticati Pero Zanotto e Fiorello Zangrando, così come il padovano Piero Tortolina. Rovigo, con il Delta del Po, entra di forza nel neorealismo di Ossessione, ma vede registi diversi frequentarlo, da Visconti, appunto, ai documentari di Antonioni, e ancora Vancini, Soldati, Mingozzi, Dall’Ara per giungere al folgorante esordio di Mazzacurati di Notte italiana. E ancora: Asiago ed Ermanno Olmi, Parise e Rigoni Stern, sino al maestro dei manifesti, il trevigiano Renato Casaro.
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