La legge sull’autonomia in Veneto: molto fumo in attesa dell’arrosto

E’ il primo vero intervento in materia dopo decenni di chiacchiere, ma sotto la bandiera niente
Francesco Jori
L'ok della Camera all'autonomia
L'ok della Camera all'autonomia

Sotto la bandiera niente. Pur rappresentando oggettivamente una svolta, il primo vero intervento in materia dopo decenni di chiacchiere, la legge sull’autonomia approvata dalla Camera, poche ore dopo il varo di quella sul premierato in uno scambio di favori tra partner di maggioranza, rischia di essere un guscio vuoto: con il manifesto intento di consentire alla Lega di intestarsi un risultato di peso.

Sapendo benissimo peraltro che il cammino di entrambi i provvedimenti rimane lungo, accidentato, tortuoso.

Con la possibile mannaia dei referendum popolari, a fronte di un’Italia visibilmente spaccata in due.

Non essendo riforma costituzionale, quella dell’autonomia avrà un iter più spedito, che comunque richiederà non meno di due anni: condizionato soprattutto dal nodo dei Lep, i livelli essenziali di prestazione. Sui quali è il portabandiera stesso della legge, Roberto Calderoli, a gelare le aspettative, spiegando che «non sappiamo quanto costeranno»: e fino a quando non si saprà quanti soldi ci vogliano per attuarla, e dove trovarli, che riforma è? E quanti cavalli di frisia, politici, ma forse ancor più burocratici, bisognerà affrontare prima che l’autonomia passi da fumo ad arrosto?

Interrogativi su cui pesa un autentico macigno: la nostra è una Repubblica centralista fino al midollo. Che nella Costituzione (art.5) proclama di riconoscere e promuovere le autonomie locali, ma nei fatti penalizza in termini normativi ed economici Province e Comuni, anche in queste settimane; che introduce le Regioni (art.114), ma ci ha messo più di vent’anni per farle nascere.

In questa prassi ha trovato l’avallo sostanziale di una politica inetta, che discute da quarant’anni (prima bicamerale Bozzi, 1983-85) di riformare il sistema senza riuscirci; e che quando ci ha provato l’ha fatto in maniera pasticciata e parziale, con uno scontro frontale tra maggioranza e minoranza.

Come per il titolo V della Costituzione voluto dal centrosinistra nel 2001, e la devolution della Lega nel 2006. E come si ripete oggi con l’autonomia.

Per essere efficaci e diventare patrimonio di una nazione, le grandi riforme dell’impianto istituzionale non possono essere approvate a colpi di maggioranza.

Sull’autonomia, peraltro, il sospetto è che sia una battaglia di minoranza, cavalcata dalla Lega, e neppure per intero. A combatterla con determinazione è la sua componente veneta, tiepidamente sostenuta dal resto del movimento, Lombardia compresa.

Lo dimostra il fatto che venne di fatto ignorata quando il centrodestra era solidamente al potere da Roma a Venezia, e nel governo sedevano i suoi leader principali, Bossi e Maroni.

Quanto a oggi, non si può certo dire che Salvini si sia sprecato, al di là di frasi fatte nel suo rutilante repertorio.

Il cammino è stato fin qui tormentato: quasi sette anni, 2431 giorni, sono passati dal referendum veneto del 2017; ne passeranno altri prima che si possa parlare di fine corsa, e comunque Zaia porterà a casa molto meno di quanto va enunciando e annunciando dall’inizio.

Rimane un nodo di fondo, che va oltre la realtà regionale: un recente sondaggio segnala che quattro italiani su dieci non sanno neppure di cosa si stia parlando.

Vuol dire che l’autonomia è rimasta fin qui una narrazione limitata ai vertici, dialogo interno all’establishment: ignorando i destinatari, il cosiddetto popolo sovrano. Trattato, ancora una volta, alla stregua di popolo bue.

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