Siamo uno Stato in pessima salute

È una cartella clinica impietosa, e al tempo stesso un implacabile atto d’accusa, l’annuale rapporto

della Fondazione Gimbe

Francesco Jori
Una corsia di ospedale. In base ai dati del rapporto Gimbe siamo un Paese in pessima salute
Una corsia di ospedale. In base ai dati del rapporto Gimbe siamo un Paese in pessima salute

In pessimo Stato. È una cartella clinica impietosa, e al tempo stesso un implacabile atto d’accusa, l’annuale rapporto della Fondazione Gimbe sulla sanità italiana, presentato nei giorni scorsi al Senato. I capi d’imputazione sono eloquenti: alla cura della salute dedichiamo 52 miliardi in meno rispetto alla media europea; gli investimenti per la prevenzione sono diminuiti del 18 per cento; nel solo ultimo anno i costi a carico delle famiglie sono saliti del 10 per cento; quest’anno 4 milioni e mezzo di persone (600mila in più del 2023) dovranno rinunciare a curarsi, più della metà dei quali per mancanza di soldi, il resto per carenza di medici. Per la salute spendiamo 2. 473 euro l’anno a persona, contro i 3. 644 della Francia e i 4504 della Germania. I tempi d’attesa rimangono biblici, i pronto soccorso sono più che intasati che mai, il futuro immediato è da prognosi riservata.

È destinata a peggiorare già a breve, la cartella clinica della sanità, come certifica il documento di economia e finanza varato un anno fa dal Consiglio dei ministri. Il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo calerà dal 6, 7 per cento del 2022 al 6, 1 del 2026, con un irrisorio incremento del finanziamento insufficiente a coprire perfino il rincaro dei prezzi. Una sola cosa aumenta: l’incidenza della sanità privata, pagata con il pubblico denaro.

Negli ultimi dieci anni le strutture ospedaliere convenzionate sono raddoppiate, e sfiorano la metà del totale; quelle di specialistica ambulatoriale sono sei su dieci; quelle riabilitative otto su dieci. La spesa sanitaria totale è cresciuta di 4, 2 miliardi, segnala l’Istat: sì, ma a carico esclusivamente delle famiglie, tra spesa diretta e fondi sanitari o assicurativi.

A essere sotto accusa non è solo l’attuale governo. Il rapporto Gimbe spiega che questa è la regola da almeno quindici anni, con otto diversi esecutivi di ogni colore politico, inclusi quelli tecnici: tutti, senza eccezione, hanno considerato la sanità non come un investimento di base, ma come un costo da tagliare.

Con un’aggravante specifica: per ricorrere alle parole testuali del documento Gimbe, “hanno scelto di ridurre il perimetro della tutela pubblica per aumentare i sussidi individuali con l’obiettivo di mantenere il consenso elettorale”.

Una gestione clientelare, che non si è limitata a definanziare i fondi per la salute pubblica: ha finito per alimentare inaccettabili diseguaglianze territoriali, e per sostituire il servizio sanitario nazionale con 21 sottosistemi, uno per Regione.

Con esiti scandalosi: 15 Regioni hanno i conti in rosso, solo 13 rispettano gli standard essenziali di cura, il deficit complessivo è di un miliardo e mezzo, quasi il doppio del 2020. Per completare una cartella clinica da rianimazione, a questo quadro nefasto si accompagna (e in larga parte ne è la conseguenza) la forte demotivazione del personale: tra il 2019 e il 2022 se ne sono andati 11mila medici, e già 2500 si sono aggiunti nel primo semestre 2023; gli infermieri sono 6, 5 ogni mille abitanti, a fronte di una media dei Paesi Ocse di 9, 8.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, stabilisce l’articolo 32 della Costituzione. Una politica scellerata le sta praticando l’eutanasia. —

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