Segre sul suo “Berlinguer”: «Era un film necessario»
Il regista veneto ha aperto la Festa di Roma con il film biografico dedicato al leader. Cinquanta attori, 1.500 comparse. Il 18 novembre proiezione al Quirinale

Ha inaugurato la Festa del Cinema di Roma: “Berlinguer. La grande ambizione” porta il regista padovano Andrea Segre su un terreno per lui inedito, quello del film biografico dedicato a una figura enorme della storia politica italiana che pure, fino ad oggi, era stata “trascurata” dal cinema.
Andrea Segre cosa l’ha convinta a lavorare a un film su Berlinguer?
«È stato proprio questo vuoto uno dei motivi che mi hanno spinto a farlo. C’era una specie di rimozione: molti si sbalordivano che Berlinguer non fosse stato ancora raccontato sul grande schermo. Ho capito che era un film necessario. Ho studiato moltissimo. Volevo restituire al meglio la complessità dell’uomo e del politico, senza cadere nel santino o in una superficiale elegia. E, con il direttore della fotografia Benoît Dervaux, ho fatto una scelta molto precisa utilizzando la camera immersiva per una regia di intrusione dentro a quel mondo che avevo studiato, facendo poi dialogare la messa in scena con le immagini di repertorio».
La grande ambizione del titolo è anche la sua?
«È una citazione di Gramsci: l’ambizione non personale di Enrico Berlinguer o mia, ma collegata a un interesse collettivo. Nel mio caso è l’ambizione di un gruppo di persone che si è dedicato completamente a un progetto lungo tre anni, con l’idea di fare una sorta di servizio pubblico, restituire un pezzo di memoria capace di dialogare con l’oggi. È stato un lavoro collettivo: 50 attori, 1.500 comparse, tre Paesi produttori».
Ha mai temuto che le immagini di repertorio interrompessero il flusso narrativo della messa in scena?
«Ho scelto questo dialogo perché credo che la sintesi tra finzione e archivio sia in grado di produrre un terzo livello, un arricchimento di entrambi gli elementi che, in questo modo, si compenetrano. È un approccio filologico che mi ha consentito di entrare nello stato d’animo e nel pensiero di Berlinguer. Certo, il rischio che il repertorio potesse produrre uno scarto con il livello narrativo c’era, ma per me era l’unica scelta possibile».
Come ha lavorato con Elio Germano per farlo diventare Berlinguer?
«Abbiamo scelto di eliminare quasi tutti i supporti estetici e prostetici. Volevamo evitare il sovraccarico della mimesi. Ho chiesto, soprattutto, di interpretare e non di copiare Berlinguer. Elio, in questo, è un maestro, nella gestualità consapevole così come nel linguaggio inconsapevole del corpo. È stato un lungo lavoro di comprensione e di ascolto. Anche della lingua sarda nella quale siamo entrati passeggiando per le vie di Sassari».
Oltre a Germano, ha chiamato molti degli attori con i quali lavora spesso. Ha pensato subito a loro?
«Per il ruolo di Aldo Moro, avevo già in mente Roberto Citran. A Paolo Pierobon, che ha un enorme talento poliedrico, ho quasi ordinato di diventare Andreotti. Con Andrea Pennacchi c’era la voglia di portarlo dentro a un mondo che conosce bene. Suo padre è stato deportato a Mauthausen, è stato un eroe della Resistenza padovana e un testimone importante del partito comunista. Ad Andrea ho affidato un ruolo piccolo ma fondamentale, quello di Luciano Barca che non solo è stato l’economista di riferimento con cui Berlinguer si confrontava spesso, ma teneva i rapporti con Moro perché era di origine cattolica ed è lui che ha scritto i diari degli incontri tra i due. Fino alla fine ho cercato di trovare anche un ruolo per Giuseppe Battiston che avrei voluto con me ma non è stato possibile».
Nel film la parola ha un ruolo fondamentale: quanto lavoro c’è dietro?
«Tantissimo. Abbiamo trascorso mesi all’Istituto Gramsci che ospita un archivio impressionante su Berlinguer. È un meraviglioso patrimonio con tutti i suoi manoscritti, in particolare gli appunti che redigeva a mano e grazie ai quali, per esempio, abbiamo ricostruito lo scontro con il presidente bulgaro a Sofia. Ci siamo quasi persi dentro a questi documenti, al fascino della parola: la prima stesura della sceneggiatura avrebbe prodotto un film di nove ore. Piano piano l’abbiamo scolpita e anche per i dialoghi familiari ci siamo rigidamente attenuti ai racconti della famiglia».
Il suo film riuscirà a parlare alle nuove generazioni?
«Credo che i ragazzi sappiano che a loro manca un sogno. Sono consapevoli che il mondo è pieno di problemi, ne sono attanagliati e hanno una grande paura. Forse faticano ad avere un sogno anche per il fallimento di quello che si è infranto con il tramonto della visione di Berlinguer. Allora, vedere al cinema una storia che ha unito tante persone dentro a quella ambizione comune, forse può dare loro una speranza o, almeno, gli strumenti per comprendere e ridurre la distanza con la politica».
Il Presidente Mattarella vedrà il film al Quirinale il prossimo 18 novembre, insieme a lei, al cast e alla famiglia Berlinguer. Che emozione le suscita?
«Sono onoratissimo e credo che il Presidente Mattarella voglia onorare un uomo che ha difeso come pochi altri la Costituzione da ogni tipo di attacco, in un periodo storico in cui le derive di destra e di sinistra erano più forti che mai. È il segnale che, oggi, Berlinguer è riconosciuto da tutti come una figura centrale, dietro di lui c’è una storia che va oltre il fallimento del comunismo e che, non per questo, può essere rimossa. Berlinguer lottava contro le diseguaglianze, per l’autonomia dell’Europa e per lo sviluppo della società in un clima di pace. Tutti temi attuali e di grande attualità per i quali ha combattuto fino alla fine». —
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