L’abbraccio dei fedeli accoglie monsignor Dianin, nuova guida dell’Arcidiocesi di Gorizia
Duomo gremito per l’insediamento ufficiale. Molti i richiami ai santi patroni Ermacora e Fortunato, il ricordo dei predecessori arrivati da Chioggia: «Entro in punta di piedi, aiutatemi. Non vi racconto i miei limiti, li scoprirete»

Quattro fotogrammi fra i tanti che hanno composto, nella Cattedrale, la presa di possesso canonica da parte di monsignor Giampaolo Dianin: l’avvio del suo percorso quale vescovo di Gorizia. Il primo, alle 19, la sua entrata in chiesa tra musica e irrituali, calorosi applausi.
Il secondo, alle 19.23, con le parole di monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli, suo predecessore: «Da questo momento il vescovo Dianin è pastore della Chiesa di Gorizia e Metropolita della Provincia ecclesiastica»; e il momento è stato quello del passaggio del pastorale, il bastone che simboleggia la guida dei fedeli.
Alle 19.29, le parole, le prime, del nuovo arcivescovo che si rivolge a “fratelli e sorelle”, anche in friulano e in sloveno. Alle 19.50, la sua omelia, con molti richiami a Ermacora e Fortunato Santi patroni delle Arcidiocesi di Udine e Gorizia, nonché al “suo” Veneto.
Il primo incontro
Ecco che, da parte sua, non è mancato un riferimento a Giacinto Ambrosi e Dino De Antoni (che proprio domenica avrebbe compiuto 90 anni) e al loro viaggio da Chioggia, «per arrivare in queste terre» quali arcivescovi. Del resto, anche monsignor Redaelli, al suo fianco, è stato ringraziato «per la sua accoglienza e per le tante attenzioni avute nei miei confronti».
«Mi inserisco nel cammino di questa chiesa per continuare la seminagione, in particolare quella del vescovo Carlo», ha detto monsignor Dianin.

I passaggi fondamentali
«Entro in punta di piedi», ha aggiunto, «per ascoltare tutto e tutti con umiltà e apertura della mente e del cuore. So bene che Gorizia non è Chioggia e non è Padova, le due realtà da cui provengo: vi guarderò, vi ascolterò. Aiutatemi a entrare e serviamo assieme la gioia del Vangelo».
E ancora: «Non vi racconto i miei limiti, li scoprirete presto, così come sarebbe lungo descrivere i limiti e le fragilità della nostra Chiesa, per esempio le poche vocazioni, la fatica di trasmettere il Vangelo, le tante ambivalenze della nostra testimonianza, solo per citarne alcune. E Gesù i nostri limiti li accarezza: li scopre, li guarda, ci aiuta a chiamarli per nome. Inizio allora il mio ministero tra voi godendo di tutte le cose belle che imparerò a conoscere e ad apprezzare, ma già da ora accarezzo i limiti e le fragilità che ci sono in ogni Diocesi, come già sto cercando di fare con i limiti miei. Non abbiamo paura dei nostri vasi di Creta».
Il mondo d’oggi
Nell’omelia, non sono poi mancati altri sguardi all’attualità, in tutta la sua concretezza. «Come Chiesa, non possiamo limitarci», ha ancora detto monsignor Dianin, «a guardare a noi stessi: la Chiesa è per il mondo, come ci ha ricordato il Concilio. A noi sta a cuore la persona umana, con una predilezione per i poveri, ci sta a cuore la vita e ci stanno a cuore gli immigrati che per tanti motivi bussano alle nostre porte. Ci stanno a cuore il lavoro e la casa, gli ospedali e le carceri, le inquietudini dei giovani e le fragilità degli anziani. Ci stanno a cuore il bene comune e la pace».
Il territorio
Alla stessa maniera, l’arcivescovo non ha trascurato la sua nuova città: «Gorizia è una terra di confine, con una storia particolare che l’ha vista protagonista delle drammatiche guerre del secolo scorso. Come cristiani, non possiamo non sentire sulla nostra carne i problemi e le sfide di questo nostro tempo impegnandoci perché le nostre terre non siano terreno di conflitti, ma un laboratorio a cui anche altri possano guardare».
Queste le parole di monsignor Dianin per quello che ha definito «il santo viaggio che inizia pieno di fiducia e di speranza».
La partecipazione
La Chiesa, gremita, l’ha ascoltato con attenzione massima e non senza una cera dose di curiosità. Davvero in tanti, erano giunti dal Veneto: i familiari dell’arcivescovo, certo, ma anche il mondo della Chiesa. «Nella sua storia recente», ha detto il Patriarca di Venezia e presidente della Conferenza episcopale Triveneto, Francesco Moraglia, «la comunità cristiana di Gorizia, dopo la tragedia della seconda guerra mondiale, a causa dell’insipienza umana ha dovuto soffrire una dolorosa divisione (e frontiera) che i suoi pastori si sono impegnati a ricucire attraverso un non facile cammino di riconciliazione affinché le differenze etniche, culturali e religiose diventassero occasioni di comunione».
Monsignor Moraglia ha quindi ringraziato l’arcivescovo Redaelli e augurato al suo successore «innanzitutto di essere, per la Chiesa di Gorizia, quel terreno buono di cui ci ha parlato oggi il Vangelo».
Erano in tanti, in Duomo, i vescovi del Veneto e del Trentino-Alto Adige, oltre che del Friuli Venezia Giulia, tanti sacerdoti, tante autorità civili, tutti per una giornata destinata a restare nella storia del territorio, come hanno pure testimoniato le tate fasce tricolori: quelle dei sindaci del territorio, e fra l’altro, era anche presente il primo cittadino di Chioggia, Mauro Armelao, citato da monsignor Dianin.
Anche i rappresentanti del Centro culturale islamico Baitus Salat di Monfalcone hanno partecipato all’evento e parlato «dell’inizio di un dialogo in modo che entrambe le chiese possano camminare per il bene comune». Sì, per un arcivescovo davvero si farebbe fatica a pensare a un avvio più unificante di quello che ha caratterizzata la giornata di domenica di monsignor Dianin.
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova










