Inchiesta sulle spese elettorali, Brugnaro rinviato a giudizio
L’ex sindaco dovrà rispondere di violazione della legge sull’impiego delle risorse per la propaganda. Con lui imputati anche l’ex capo di gabinetto, Morris Ceron, e altri componenti dell’entourage. Le difese: «Processo inutile, le campagne elettorali sono stabilite dalla legge e non dalle Procure»

L’ex sindaco Luigi Brugnaro è stato rinviato a giudizio per l’accusa di aver violato la legge sulle spese elettorali, sforando il tetto di oltre mezzo milione nella campagna che nel 2020 lo aveva riportato al primo turno Ca’ Farsetti, con il 57% delle preferenze.
Oltre al primo cittadino, sono imputati anche il manager di Umana Walter Bianchi (legale rappresentante della società Consorzio Produzione e Sviluppo Nord Est), il direttore generale del comune Morris Ceron (qui nella sua veste di responsabile del comitato Un’Impresa in Comune), il mandatario elettorale Adriano Giuge che ha certificato le spese, il responsabile dell’Associazione Venezia 20-25, che ha seguito le elezioni del 2020 nonché nel direttivo di Impresa Comune, Stefano Schiavon; infine, Giuseppe Venier, legale rappresentante di Umana Spa.
Lo ha stabilito venerdì in sede di udienza preliminare la gup Lea Acampora, al termine di un’udienza durata oltre tre ore durante la quale gli avvocati difensori degli imputati (Alessandro Rampinelli, Alberto Berardi e Giulia Ranzato) hanno chiesto il proscioglimento degli imputati, contestando punto per punto le accuse mosse dei pubblici ministeri titolari dell’inchiesta (Federica Baccaglini, Laura Villan e Roberto Terzo). Secco il primo commento delle difese, che parlano apertamente di «processo inutile».
La prima udienza è fissata per il prossimo 21 settembre davanti al giudice Cattarossi. In quella sede, Procura e difese torneranno a confrontarsi nel merito dei fatti finiti al centro dell’inchiesta.
Secondo l’accusa, le spese per la campagna elettorale del 2020 – che portarono alla rielezione di Brugnaro a Ca’ Farsetti – avrebbero sforato di oltre mezzo milione il tetto di 330 mila euro previsto per ogni candidato sindaco del Comune di Venezia, spendendo oltre 800 mila euro.
A Luigi Brugnaro è stata anche contestata l’accusa di falso in atto pubblico, in quanto firmatario del rendiconto delle spese elettorali presentato al Collegio regionale di garanzia presso la Corte d’appello: in quell’atto relativo al 2020, dichiarò spese per 251 mila euro, delle quali solo 20 mila provenienti da soggetti diversi dal candidato: nello specifico dall’associazione “Un’impresa in Comune”, presieduta dal suo braccio destro – nell’attività imprenditoriale prima e in Comune poi – Morris Ceron.
Associazione creata per seguire la prima campagna che portò Brugnaro a Ca’ Farsetti nel 2015 e che - secondo la lettura dell’accusa - avrebbe continuato a operare anche per la rielezione a sindaco di Venezia, pagando l’affitto delle sedi elettorali tra il dicembre 2019 e il dicembre 2020, ben oltre i 45 giorni di campagna elettorale previsti dalla norma.
Era stata una informativa della Finanza a segnalare alla Procura che il sindaco avrebbe beneficiato di fondi per quasi 900 mila euro, provenienti dall’Associazione Venezia 20-25 (129 mila euro) e, appunto, da Un’impresa Comune (oltre 768 mila euro). Su questi soldi, il faro della Procura si era acceso sul ruolo giocato da Umana e Consorzio Produzione e Sviluppo Nord Est poi fatti transitare, secondo l’accusa, tramite Un’Impresa Comune. Iscritti alla voce «erogazione liberale», secondo la Procura, per legge andavano inquadrati come finanziamento elettorale. Complessivamente con un esubero di spesa quantificato in 566.888 euro. Poi scesi nella contestazione finale della Procura a 513 mila euro.
Fin dalle prime battute del procedimento, le difese avevano spiegato che è la legge 515 del 2012 a stabilire che «la campagna elettorale poteva essere ritenuta giuridicamente sussistente solo nell’intervallo temporale dal 6 agosto al 19 settembre 2020, ed era quella la finestra entro cui si rendicontavano spese e contributi», mentre tutto ciò che stava «fuori dal periodo di campagna elettorale non può essere forzato per farlo rientrare ex post in una nozione di campagna elettorale inesistente, non definita per tale dalla norma».
Una tesi che ora gli avvocati difensori dovranno ribadire anche in sede processuale. «Resto molto stupito», le parole del legale dell’ex sindaco, Alessandro Rampinelli, «affronteremo questo processo con la pazienza di chi sia di essere innocente e di chi è dalla parte della verità».
Di processo inutile parla invece l’avvocato Alberto Berardi: «Resta il dato normativo che una campagna elettorale viene stabilita dalle norme nazionali e non da una procura della Repubblica». Per l’avvocato Giulia Ranzato, nessun elemento di prova è stato portato nei confronti del suo assistito, Giuseppe Venier: «Siamo davanti ad un processo inutile», ribadisce. La prossima udienza in tribunale è fissata per il ventuno di settembre.
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