Dalla Terra a Marte, scoperta storica a Trieste: identificato per la prima volta il granato in un meteorite marziano

Lo studio internazionale co-firmato dalla professoressa Ana Černok (UniTs). Il minerale custode dei segreti di un pianeta un tempo vivo: «Le rocce ci parlano, come una lingua in evoluzione»

Giulia Basso
Dalla “Città del Diavolo” ai segreti del Pianeta Rosso: così un frammento di roccia riscrive la storia di Marte
Dalla “Città del Diavolo” ai segreti del Pianeta Rosso: così un frammento di roccia riscrive la storia di Marte

Quando era bambina giocava tra colonne di terra gialla e rossa alte fino a 15 metri, scolpite da millenni di erosione su un antico apparato vulcanico della Serbia meridionale. Il luogo si chiama Đavolja Varoš, “Città del Diavolo”: 200 guglie di tufo coronate da cappucci di andesite, circondate da sorgenti così acide da sciogliere la pietra.

È lì, tra le rocce più colorate e fragili che si possano immaginare, che la professoressa Ana Černok (Anna Csernok, secondo la trascrizione più diffusa in italiano) ha imparato a leggere la geologia come una lingua. Ed è quella stessa lingua che oggi le permette di leggere, in un granato grande pochi millimetri trovato in un meteorite marziano, le tracce di un processo geologico su Marte.

Da poco professoressa associata all’Università di Trieste dopo aver vinto la prestigiosa Fellowship Montalcini, Černok ha firmato insieme a un team internazionale guidato dalla Brock University e dal Royal Ontario Museum di Toronto la prima identificazione di granato in una roccia marziana. La scoperta, pubblicata su Geochemical Perspectives Letters, riguarda NWA 8171, un meteorite conservato a Toronto e fortunatamente più grande della media: una cinquantina di centimetri, contro i pochi millimetri o centimetri a cui i ricercatori sono normalmente abituati.

«I meteoriti marziani che arrivano sulla Terra non sono quasi mai di grandi dimensioni» spiega Černok: cadendo si frammentano, e i pezzi che si recuperano raramente misurano più di una decina di centimetri. «Quando lo sono, ci aiutano a vedere cose che altrimenti resterebbero invisibili». In questo caso, un grano di pirosseno, minerale comune nelle rocce marziane, ha subito una reazione chimica e si è trasformato in granato: un processo che richiede condizioni geologiche complesse, le stesse che rendono la Terra un pianeta vivo. Su Marte, fino a oggi, non se ne erano mai trovate tracce. «Marte era molto attivo in passato. Oggi non vediamo più quell’attività, ma è rimasta scritta sulle rocce».

Černok paragona la diversità mineralogica di un pianeta alla ricchezza di una lingua. Gli elementi chimici sono come le lettere dell’alfabeto, sempre gli stessi nel sistema solare; ma il modo in cui si combinano genera un vocabolario più o meno vasto. La Terra, geologicamente vivacissima, possiede decine di migliaia di minerali. La Luna, o i pianeti meno attivi da cui provengono molti meteoriti, ne conoscono pochi: parlano «una lingua antica, che non si è evoluta».

La scoperta del granato, in realtà, risale al 2019, quando Tanya Kizovski, allora dottoranda seguita da Černok come co-mentore, lo individuò per la prima volta durante le sue ricerche. Ma la pubblicazione è arrivata solo ora, dopo anni in cui Kizovski, nel frattempo diventata ricercatrice, ha analizzato i dati del rover marziano per verificare che nessun altro avesse già documentato la presenza di quel minerale sulla superficie del pianeta.

Resta una domanda aperta, e Černok non la nasconde: il granato si è formato davvero su Marte, oppure proviene da un altro corpo celeste poi incorporato nella roccia? «La nostra intuizione dice che si è formato lì» dice, «ma per esserne certi servirebbero analisi isotopiche dell’ossigeno». Il problema è che il grano di granato è unico, e analizzarlo significherebbe distruggerlo: il Royal Ontario Museum, per ora, non concede il permesso.

Prima di Marte, Černok ha trascorso un decennio sulla Luna, datando con tecniche di altissima precisione i campioni delle missioni Apollo: rocce che, a differenza dei meteoriti, non hanno viaggiato per millenni nello spazio prima di cadere sulla Terra, e per questo conservano intatta la memoria di impatti vecchi di oltre quattro miliardi di anni. «Il mio primo amore restano le rocce fresche», confessa. Le stesse, in fondo, che da bambina osservava tra le guglie gialle e rosse di Đavolja Varoš.

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