Ustioni gravi, come si curano i feriti di Crans-Montana: pazienti intubati, interventi e mesi di ricovero

Dal trattamento dello choc da ustione alla rimozione dei tessuti necrotici, fino agli innesti di pelle: il professor Franco Bassetto, direttore del Centro grandi ustionati di Padova, spiega le terapie per le ustioni più gravi e i lunghi tempi di guarigione

Sabrina Tomè
Il professore Franco Bassetto
Il professore Franco Bassetto

Gli ospedali universitari veneti, Padova e Verona, erano stati allestiti per accogliere l’eventuale arrivo di feriti da Crans Montana.

L’organizzazione era scattata dopo l’alert della Protezione Civile italiana che ha portato al coordinamento fra i Centri grandi ustionati nazionali.

E giovedì il presidente della Regione Alberto Stefani aveva comunicato alla Farnesina la disponibilità immediata ad accogliere i feriti negli ospedali veneti.

La decisione di centralizzare le cure al Niguarda di Milano è arrivata nella mattinata di sabato 3 gennaio.

Tuttavia il direttore della Chirurgia plastica e del Centro grandi ustionati dell’azienda ospedale Università di Padova, Franco Bassetto, resta in contatto costante con i 12 Centri grandi ustionati d’Italia che hanno dato la disponibilità i feriti. 

Le cure

Ma come si procede con trattamenti e terapie? «Nella forma più grave, quella di ustioni di terzo grado, i pazienti sono stati intubati perché l’incidente è avvenuto in ambiente chiuso con rischio di inalazione e di un coinvolgimento che può determinare un edema alle vie respiratorie.

Intubati, sono stati portati nei diversi ospedali, prima in quelli svizzeri e poi in Francia e in Italia», spiega il professor Bassetto. La guarigione è un processo molto lungo, due mesi almeno.

«Viene trattato prima di tutto lo choc da ustione», precisa lo specialista, «Si tratta di uno choc emodinamico dovuto al fatto che sono stati persi molti liquidi.

A quel punto è possibile operare. Si inizia appena possibile, appena il paziente è stato stabilizzato.

Si rimuovono i tessuti necrotici, si utilizza la pelle della Banca dei tessuti come copertura temporanea e quando poi viene rigettata, perché è omologa e non destinata ad attecchire, parte la ricostruzione che facciamo con innesti di pelle, con lembi.

Con ustioni superiori al 20%, di terzo grado, la prognosi di ospedalizzazione è di almeno due mesi».

Nelle forme più lievi, sotto il 10%, i tempi si riducono: se le persone non hanno inalato e lo choc da ustione non è rilevante, allora possono essere trattate ambulatorialmente, facendo guarire le ustioni spontaneamente. A Padova si usa la luce blu per favorire la cicatrizzazione.

L’allestimento

«A Padova abbiamo liberato il reparto dando la disponibilità di due posti in Terapia subintensiva. Abbiamo inoltre previsto un posto in Terapia intensiva per un paziente intubato e predisposto otto letti in Chirurgia plastica per casi di persone con ustioni inferiori al 20%», spiega Franco Bassetto, professore di Chirurgia plastica, direttore della Clinica chirurgia plastica Centro grandi ustionati dell’Azienda ospedale università di Padova e presidente della Sic, la Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica.

Padova, d’altra parte, ha già sperimentato la mobilitazione legata ai cosiddetti mass disaster, gli eventi catastrofici che generano un numero di vittime e di feriti superiore alla capacità di gestione del territorio.

«Era successo con l’incidente ferroviario di Viareggio del 2009», ricorda Bassetto, «Avevamo accolto un certo numero di persone. I mass disaster prevedono una specifica organizzazione.

La mattina del primo gennaio è dunque partita la call tra i 12 Centri grandi ustionati d’Italia che hanno dato la disponibilità. Il primo che ha ricevuto i pazienti è stato il Niguarda di Milano.

Devono essere prima definite la percentuale e la gravità delle ustioni per i diversi pazienti, che comportano un diverso tipo di cura».

Il caso Forcellini

Quanto accaduto a Crans Montana ha colpito profondamente il medico non solo «perché è una tragedia immane», ma anche perché riporta indietro nel tempo, a un caso che ferì Padova nel profondo.

Era il 5 gennaio del 1998, una data tragica scolpita nella memoria collettiva: l’esplosione del falò della Befana di Forcellini che causò due morti e 40 feriti.

«All’epoca ero all’inizio del mio percorso», ricorda Bassetto, «Fu un disastro, fummo impegnati tre giorni e tre notti per accogliere tutti i pazienti e per operarli. Riuscimmo comunque a creare a Padova un perfetto triage che ci permise di portare tutti gli ustionati in reparto». 

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