L'esodo a Lignano e le scosse di settembre: esce "11 settembre", la bonus track del podcast sul terremoto in Friuli

Molto spesso si collega l’Orcolat alla sola data del 6 maggio del 1976 ma per i friulani furono i mesi successivi a caratterizzare una stagione di profondi cambiamenti. Prima gli espropri, poi la certezza: bisognava lasciare casa. La quinta e ultima puntata di Tracce è su tutte le piattaforme audio e qui sul nostro sito

Daniela Larocca
Un'immagine dal settembre del 1976: un anziano, vestito di tutto punto, passeggia a Lignano. È uno degli sfollati del terremoto del Friuli
Un'immagine dal settembre del 1976: un anziano, vestito di tutto punto, passeggia a Lignano. È uno degli sfollati del terremoto del Friuli

Un anziano contadino cammina sulla spiaggia di Lignano. Ha un basco in testa, una camicia bianca sotto il gilet e i piedi che affondano nella sabbia chiara. Intorno a lui ci sono gli ultimi bagnanti di una stagione ormai agli sgoccioli. Lui, invece, sembra arrivare da altrove. C’è qualcosa di straniante in quella fotografia. L’uomo appartiene così poco a quel paesaggio da sembrare capitato lì per errore, come un extraterrestre, di quelli buono, venuto da un altro pianeta o, forse, semplicemente da un altro tempo.

Che poi in un certo senso è proprio così. Quell’uomo viene da un Friuli che pochi giorni prima tremava ancora. È uno degli sfollati costretti a lasciare i propri paesi dopo le nuove scosse del settembre 1976 e trasferiti sulla costa. Qualcuno lo fotografa mentre cammina sulla spiaggia di Lignano, lontano dalla sua casa e dalla sua terra, dentro un paesaggio che per tutti gli altri significa vacanza e che per lui, invece, significa esilio.

È questo contrasto a rendere lo scatto così potente, quasi cinquant’anni dopo. Il basco, il gilet, quel passo contadino sulla sabbia. Alle sue spalle non vediamo macerie, tende, muri crollati. Non vediamo il terremoto. Eppure il terremoto è tutto lì: nello spaesamento di un uomo che porta il proprio paese, le proprie abitudini e forse il proprio lutto fin dentro una cartolina d’estate che non gli appartiene.

È da questa fotografia, conservata nell’archivio della Biblioteca civica di Gemona, che nasce 11 settembre, l’episodio bonus di Tracce – Le voci che restano del terremoto in Friuli, il podcast del Messaggero Veneto e di Nord Est Multimedia scritto e narrato da Giuseppe Parisi, realizzato grazie al contributo di CrediFriuli, con le musiche originali di Francesco Imbriaco. In uscita l’11 settembre, a quasi cinquant’anni esatti dalle scosse che aprirono un altro capitolo del terremoto: quello dell’esodo.

Tracce - Le voci che restano del terremoto in Friuli

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Una data, due memorie

Oggi l’11 settembre rimanda quasi inevitabilmente a un’altra tragedia, avvenuta venticinque anni dopo. Ma nella memoria del Friuli quella data ne custodisce anche un’altra. L’11 settembre 1976 la terra tornò a tremare con violenza. Erano passati quattro mesi dalla notte del 6 maggio, ma il terremoto non era ancora finito. Per tutta l’estate le scosse avevano continuato a tormentare una popolazione che, nonostante tutto, provava a restare. Si viveva nelle tende, accanto alle case ferite, cercando di ricostruire una quotidianità mentre la terra continuava a ricordare, a intervalli, che nulla era ancora davvero al sicuro.

Poi arrivò settembre.

L’11 una nuova forte scossa. Il 15 settembre la terra colpì ancora. Fu allora che ciò che fino a quel momento era stato temuto divenne inevitabile: bisognava partire. Le tende si svuotarono, arrivarono le corriere e migliaia di persone furono trasferite dai paesi terremotati verso le località della costa. Dopo aver perso familiari, case, strade, pezzi interi dei propri paesi, a molti veniva chiesto di lasciare anche l’unica cosa che era rimasta: la propria terra. È questo uno dei fili che attraversano 11 settembre.

Il dolore e la ricostruzione, il racconto di Claudio Sandruvi: «Quella notte ho perso il mio Raffaele»
Laura in ospedale con la mamma dopo il terremoto del 1976

A raccontare quei giorni è Claudio Sandruvi, allora giovane consigliere comunale di Gemona, oggi sindaco di Montenars a 83 anni. Il 6 maggio Sandruvi aveva perso il figlio Raffaele. Eppure, dentro quel lutto, si era messo immediatamente al servizio dell’emergenza e della sua comunità. La stessa comunità alla quale doveva dire: «Lasciate le vostre case, i vostri beni, tutto. Lì ho visto lo specchio del non ritorno». Perché in qualche modo, in quell’occasione, partire significava mettersi al sicuro. Ma significava anche aprire una domanda che in quei giorni faceva paura persino formulare: si sarebbe tornati?

 

Sandruvi ricorda ancora le parole del commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, l’uomo chiamato a governare l’emergenza e destinato a diventare una figura centrale della ricostruzione friulana. «Sandruvi... non tornano, vedrà che non tornano». Ed era una paura concreta. Perché un paese distrutto può essere ricostruito, ma solo se qualcuno decide di tornarci. E nell’autunno del 1976 nessuno poteva sapere davvero se quelle corriere dirette verso il mare sarebbero state soltanto una parentesi o l’inizio di uno svuotamento definitivo.

 

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Un mosaico, non un modello

C’è una formula che, negli anni, è diventata quasi inseparabile dalla storia del terremoto del 1976: Modello Friuli. Serve a raccontare la velocità della ricostruzione, il ruolo delle comunità locali, le scelte amministrative, la capacità di far rinascere paesi e attività economiche senza cancellarne l’identità. Ma, a quasi cinquant’anni di distanza, quella definizione rischia anche di rendere lineare una storia che lineare non fu. Come chiamarlo allora?  Non Modello Friuli, ma Mosaico Friuli, suggerisce Sandruvi:  «Le tessere che crearono quella rinascita furono molte e diverse, e tutte contribuirono alla scrittura di un nuovo capitolo per questa terra». Forse è questa la parola più adatta. Quella rinascita non ebbe un solo autore e non seguì un’unica strada. Fu fatta di amministratori e volontari, tecnici e operai, famiglie, emigranti tornati per dare una mano, istituzioni, associazioni, sacerdoti, donne e uomini che decisero che quei paesi non sarebbero morti insieme alle loro case.

Ma fu fatta anche di paure, errori, discussioni, ostinazione. Di chi partì e di chi rimase. E soprattutto di chi, dopo essere stato costretto ad andarsene, decise di tornare.

Forse anche quell’anziano contadino sulla spiaggia di Lignano è una di quelle tessere. È ancora lì, dentro una fotografia scattata cinquant’anni fa: il basco in testa, la camicia sotto il gilet, i piedi nella sabbia. Intorno, il mare e gli ultimi giorni d’estate. Alle sue spalle, fuori dall’inquadratura, c’è un Friuli ferito che continua a tremare. Non sappiamo chi fosse. Non sappiamo a cosa pensasse mentre camminava sulla spiaggia. Non sappiamo nemmeno se, guardando il mare, si domandasse quando avrebbe potuto rivedere casa. Sappiamo però quello che lui, in quel momento, non poteva ancora sapere.

Che sarebbero tornati.

 

 

 

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