L'idrovolante Cant 10 del primo volo commerciale italiano: collegò Trieste a Torino
L'idrovolante Cant 10 del primo volo commerciale italiano: collegò Trieste a Torino

Da Trieste fino a Torino, un secolo fa il decollo del primo volo commerciale di linea italiano

1 aprile 1926 - 1 aprile 2026: il secolo della Sisa dei fratelli Cosulich. Dai sedili in vimini con la borsa dell'acqua calda agli idrovolanti Cant prodotti a Monfalcone. Storia, lusso e tragedie della compagnia che ha “rimpicciolito” l'Italia

Piero Tallandini

Mercoledì 1 aprile ​​​​​sarà un secolo esatto dall’1 aprile 1926, data entrata nella storia dell’aviazione civile: fu il giorno del primo volo commerciale di linea italiano. La tratta era la Trieste-Torino, con scali intermedi a Venezia e a Pavia, dove era prevista la cerimonia inaugurale alla presenza del Duce.

A librarsi in volo furono i biplani Cant 10 costruiti nelle Officine aeronautiche di Monfalcone, frutto dell’iniziativa imprenditoriale dei fratelli lussiniani Cosulich, fondatori del Cantiere Navale Triestino. Callisto, Alberto e Fausto avevano costituito nel 1922 la Società Italiana Servizi Aerei (Sisa), la prima compagnia italiana per il trasporto aereo di passeggeri.

Un decollo davanti all’idroscalo, oggi Capitaneria
Un decollo davanti all’idroscalo, oggi Capitaneria

«Un momento epocale – sottolinea il giornalista aeronautico Carlo D’Agostino, tra i massimi conoscitori di quel periodo pionieristico dell’aviazione –. Dopo i primi voli con i residuati della Grande guerra i Cosulich erano riusciti ad avviare il primo, autentico servizio aereo di linea con i Cant 10 che erano in grado di trasportare quattro passeggeri. Certo, non era un servizio per tutti». Il biglietto Trieste-Torino costava 350 lire, in un’epoca in cui lo stipendio medio di un impiegato statale era non superiore alle 600 lire al mese. Il viaggio durava poco più di tre ore.

E il comfort a bordo? «Inesistente» come rimarca Mario Tomarchio, collaboratore dell’Irci e grande esperto della storia dei Cant sui quali ha curato negli anni anche eventi espositivi oltre a un libro con D’Agostino: «Non c’erano pressurizzazione e riscaldamento. Il pilota e il copilota non avevano una cabina chiusa, stavano all’aperto, totalmente esposti alle intemperie. Per i passeggeri sedili di vimini sui quali accomodarsi. Per affrontare il viaggio ricevevano coperte e borsa dell’acqua calda, oltre ad abbondante ovatta da mettere nelle orecchie per attutire il rumore assordante del motore».

Per i piloti ogni viaggio costituiva un’impresa: si volava senza radar, con il corso dei fiumi e le linee ferroviarie che offrivano l’unico supporto visivo per orientarsi. «Il grande nemico era il maltempo che poteva compromettere del tutto la visibilità per i piloti, privi di protezione, tormentati dalla pioggia e dal vento – spiega Tomarchio –. Non mancarono gli incidenti, con esiti tragici. E anche per il volo inaugurale, quell’1 aprile 1926, ci furono problemi a causa del vento e del moto ondoso che costrinse i primi idrovolanti a decollare non da Trieste, ma dalla più protetta Portorose, con due ore di ritardo e il disappunto di Mussolini che li attendeva a Pavia. Poi, negli anni successivi, la Sisa sostituì i Cant 10 con i Cant 22, trimotore che poteva accogliere fino a dieci passeggeri oltre a quattro membri dell’equipaggio: pilota, copilota, radiotelegrafista e l’addetto alle valige. Era dotato addirittura di toilette di bordo, lusso straordinario per l’epoca».

Tomarchio ha ricostruito i vari incidenti che caratterizzarono i primi anni di attività, periodo durante il quale la società dei Cosulich fece nascere numerosi altri collegamenti: la Trieste-Fiume-Zara, la Trieste-Venezia-Pavia-Genova, la Zara-Ancona-Venezia e la Fiume-Abbazia-Brioni-Venezia.

L’8 agosto 1930 a Trieste un Cant 10 andò a sbattere contro una travatura in fase di decollo e ci fu un morto.

Un’altra tragedia colpì direttamente la famiglia Cosulich il 20 agosto di quell’anno. Emma, la figlia di Guido Cosulich, 10 anni, era con la nonna materna Ersilia sul Cant 22 “San Giusto” in volo da Lussinpiccolo a Zara. All’improvviso si staccò la pala di un’elica e un frammento sfondò la cabina colpendo alla testa Emma, uccidendola, e tagliando di netto il braccio sinistro della nonna.

A Grado il 26 settembre 1932 durante un temporale un Cant 22 fu costretto a un ammaraggio d’emergenza: flottando sulle onde tra pioggia e vento si schiantò contro un argine, ribaltandosi. Il bilancio: tre morti e due feriti. Nel febbraio 1936 a Rovigno un altro Cant 22 che volava basso nella nebbia urtò con l’ala la statua di Sant’Eufemia sul campanile e finì in mare: morirono il pilota e uno dei passeggeri, dirigente e azionista del pastificio Zara. All’epoca, peraltro, la Sisa era stata da poco inglobata dalla Sam (Società Aerea Mediterranea) nell’ambito della ristrutturazione generale dell’aviazione che portò a costituire la compagnia statale Ala Littoria.

Oggi di quell’epopea resta una targa commemorativa alla radice del Molo Audace collocata l’1 aprile 1956 oltre all’ex idroscalo, attuale sede della Capitaneria. —

 

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