Pedemontana veneta, Perotti dirigeva i lavori

VENEZIA. Sfiorato dai guai giudiziari dell’inchiesta Mose, il commissario alle emergenze viarie Silvano Vernizzi ha pensato bene di prendere il largo immediato dai contraccolpi veneti dello scandalo grandi opere. Scandalo che lunedì ha portato in carcere il supermanager del ministero alle Infrastrutture Ettore Incalza e l’ingegner Stefano Perotti, re delle direzioni lavori. Gliene hanno contate 17 per un totale di 25 miliardi di euro. Due miliardi e passa sono nella Pedemontana Veneta. Stranamente la direzione lavori esige la presenza fisica nei cantieri: Perotti non può esercitare la funzione dal carcere, come invece riesce a fare Giancarlo Galan con la commissione Cultura della Camera, di cui è ancora presidente. Questo almeno pensa Silvano Vernizzi, che lunedì ha intimato al geometra Matterino Dogliani, presidente dell’Ati concessionaria della Pedemontana, di provvedere alla sostituzione. Dogliani ha tamponato la falla indicando ieri come sostituto l’ingegner Adriano Turso, uno dei progettisti della Pedemontana. Soluzione interna. Incidente chiuso in ventiquattr’ore.
Se era così semplice, perché andare in cerca di un direttore dei lavori nella capitale? Perotti è romano, come minimo chiedeva un surplus di costi per le trasferte. Oltre alla parcella contenuta dall’1% al 3% del costo dell’opera. I pm di Firenze che hanno scoperchiato lo scandalo hanno una risposta. «C’era uno scambio di favori tra Incalza e Perotti», dice il procuratore capo Giuseppe Creazzo. «La direzione lavori delle grandi opere veniva quasi sempre affidata all’ingegner Perotti in virtù di un accordo, di natura illecita, grazie al quale Incalza usufruiva poi di consulenze retribuite, accordategli da una società controllata da Perotti». Il gatto e la volpe. Con la Pedemontana presa in mezzo. La direzione di Perotti era la condizione per far arrivare a Dogliani i quattrini del ministero, di cui ha bisogno come l’aria, non essendo ancora riuscito a trovare i finanziamenti bancari che doveva avere già nel 2010. Come riesca a tenere in piedi la baracca lo sa l’ingegner Vernizzi, che finora ha sganciato 180 milioni di euro pubblici contro i 100 messi dai privati, mentre la proporzione dovrebbe essere come minimo il contrario.
La concessione firmata nel 2009 sul progetto preliminare con il raggruppamento Sis prevedeva 1 miliardo 828 milioni di costo, di cui 173 milioni di contributo pubblico a fondo perduto. Nel 2010 viene approvato il progetto definitivo, con integrazioni e adeguamenti per ulteriori 300 milioni. In compenso Sis deve produrre il cosiddetto «closing finanziario», cioè la garanzia di una copertura bancaria della propria quota. Ma non lo fa. Nel 2012 il governo Letta, con lo «Sblocca Italia», stanzia altri 370 milioni a fondo perduto esentasse, a condizione che entro il 31 dicembre 2013 Sis ottenga l’approvazione del progetto esecutivo. Ci pensa Ercole Incalza, che senza battere ciglio dichiara completato l’iter. Il progetto esecutivo viene approvato assieme ad un «atto aggiuntivo» che mette in pagamento i 370 milioni di euro, a tranche annuali fino al 2017. Tutto a posto? Magari. Siamo fuori sia con i soldi che con il progetto.
Ricapitoliamo: il pubblico stanzia 173 milioni nel 1998, che rivalutati sono diventati 244; più i 370 sganciati dal governo Letta: totale 614. Nel frattempo il costo finale della Pedemontana è salito a 2 miliardi 258 milioni: meno 614 del pubblico, restano 1 miliardo 644 milioni, quota che Sis non sa ancora come coprire. Il progetto esecutivo visionato e garantito da Incalza è talmente esecutivo che ha bisogno almeno di una decina di varianti. Se ne sta facendo carico Vernizzi, che ha scritto ai Comuni di Montebelluna, Povegliano, Volpago, annunciando «sviluppi di progettazione», oppure «modifiche», perché se le chiama varianti sarebbe costretto a rivedere il contratto di concessione. Facendo saltare la pignatta. La ricostruzione è del Covepa, il comitato per la Pedemontana alternativa, che chiede «un’inchiesta giudiziaria sugli atti che hanno portato all’avvio dei lavori in situazione di illegittimità». E magari anche «chi abbia spinto Sis ad accettare la consulenza di Perotti».
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