Cerchioni prodotti in Cina, stangata OZ

Falsificata la provenienza per non pagare quasi 3 milioni fra dazi e tasse, l’azienda deve sborsare 600mila euro alla Dogana
Di Giorgio Cecchetti

SAN MARTINO DI LUPARI. Stando alle accuse, avrebbero falsificato la provenienza dei cerchioni delle ruote in lega utilizzate anche dalla Ferrari di Formula 1, in realtà prodotti in Cina e spediti in Italia attraverso il porto di Venezia, e in questo modo avrebbero "risparmiato" quasi due milioni di euro di dazi e 800 mila euro di imposta sul valore aggiunto in due anni e mezzo. Nel febbraio dello scorso anno, in Italia e in Inghilterra, era scattata un'operazione avviata dalla Dogana italiana, in collaborazione con la Guardia di finanza e la Polizia britannica: era finito in manette l'inglese Stephan Horsley, 44 anni, con villa sulla riva bresciana del lago di Garda. Ma erano scattate numerose perquisizioni anche in Italia ed era finito sotto inchiesta per contrabbando anche l’imprenditore di Selvazzano Claudio Bernoni (61 anni), rappresentante legale della OZ spa, che ha sede legale a Bassano e stabilimento a San Martino di Lupari. Si tratta di un’azienda che produce cerchioni in lega per autoveicoli, leader in mezza Europa (anche la Ferrari li monta in Formula 1). Nei giorni scorsi, Bernoni ha patteggiato la pena davanti al giudice veneziano Massimo Vicinanza: pagherà 75 mila euro di multa. Mentre ha dovuto sborsare ben 600 mila euro per sistemare le pendenze con la Dogana lagunare.

Stando alle accuse della Procura di Venezia, l'inglese Hotsley, titolare in Italia della Motosport Wheels Italy con sede in provincia di Brescia, e il padovano Bernoni avrebbero sconfitto la concorrenza internazionale anche grazie a sistemi poco ortodossi. A segnalare alle autorità italiane la vicenda, dopo aver compiuto accertamenti in Malesia, gli uomini dell'Olaf, l'Ufficio europeo antifrodi con sede a Bruxelles. Gli investigatori italiani hanno poi scoperto il resto. Gli indagati, stando ai capi d'accusa, facevano produrre i cerchioni in lega di alluminio in Cina e, dal giugno di 4 anni fa, spedivano la merce in un porto della Malesia, dove le ruote venivano trasferite in altri container e poi fatte partire per l'Europa, in particolare verso il porto veneziano. Falsificavano anche la documentazione, facendo apparire che la merce era stata prodotta in Malesia. In questo modo avrebbero risparmiato di versare il dazio, previsto in Europa per i prodotti cinesi e non per quelli malesi, dal giugno 2010, e anche l'Iva, che per i prodotti malesi è inferiore a quella applicata alla merce in arrivo dalla Cina. Una concorrenza sleale, visto che in questo modo risparmiavano notevoli cifre e potevano così applicare prezzi più bassi di altri produttori. Basti pensare che il dazio applicato in tutti i paesi europei sulla merce proveniente da Pechino è pari al 22,3% del suo valore.

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