Scuola parentale sotto tiro «Ma è un nostro diritto»

La scuola parentale, aperta quasi di nascosto nella parrocchia di Sant’Ignazio di Loyola a Montà, alza le difese nel tentativo di difendersi dal fuoco incrociato di accuse, diffidenze, polemiche. Ma presto dovrà rispondere ad almeno due chiamate: una da parte dell’istituzione scolastica e uno da quella religiosa. È ipotizzabile che l’ufficio scolastico regionale, se non quello provinciale, presto chiederà conto dell’organizzazione di questa pluriclasse da sei bambini (affidata a una maestra unica) e del programma che ha uno dei capisaldi nel no alla teoria-gender. Ma anche la diocesi si sta muovendo, senza clamori, come suo stile. A giugno aveva invitato il parroco don Giovanni Ferrara a «non proporre né ospitare nei locali della chiesa una scuola parentale» e gli aveva chiesto di «prendere le distanze da tale proposta e a non appoggiarla, né pubblicamente né privatamente». Cosa che il parroco non ha fatto. Ora, in attesa che sia il nuovo vescovo a occuparsi della vicenda, l’amministratore diocesano monsignor Doni sta esaminando il fascicolo e molto presto chiederà a don Giovanni di spiegare cosa sta succedendo a Sant’Ignazio di Loyola.
Ieri i bambini che frequentano la scuola auto-gestita sono stati fatti entrare da una porta sul retro. I genitori, probabilmente in accordo con il parroco, hanno ritenuto che fosse meglio non farli passare nel piazzale della chiesa, come avveniva fino all’altro ieri, sotto gli occhi di un quartiere che non ha mai visto di buon occhio l’iniziativa, anche perché la scuola parentale si è insediata nei locali lasciati vuoti dalla storica scuola materna parrocchiale, chiusa a giugno dopo 56 anni di attività. I bambini di Alleanza Parentale sono stati visti comunque, anche perché il loro passaggio ha quasi bloccato il traffico in corrispondenza di un cantiere stradale. E una mamma tra quelle che portano i bambini lì, si è poi premurata di ribadire, con una mail, che «la scuola parentale non ha nulla a che vedere con la chiusura della materna, che invece ha ragioni economiche». Poi ha difeso la scuola: «Fa parte del diritto naturale e positivo che abbiamo io e mio marito la facoltà di decidere sull’educazione da dare a nostra figlia e questo abbiamo fatto. Dal momento che non si tratta di una scuola paritaria, non devo chiedere nessun permesso allo Stato. Vogliamo che la giornata scolastica si apra con la preghiera e non con la filastrocca sulle “due mamme” di Emma, perciò accompagniamo i bambini in cappellina per la partecipazione all’adorazione - perché in qualche parrocchia si usa ancora onorare Dio - e li lasciamo con la maestra che poi li porta in un luogo privato per le lezioni. Visto che sono in pochi, una piccola stanza con lavagna è sufficiente. Sappiamo che la diocesi di Padova ama e approva l’ideologia gender, mi auguro che non voglia impedire ai bambini di pregare». Quindi conclude con «Beati i perseguitati per causa della giustizia».
Parla invece di «scelta educativa pericolosa» il deputato padovano del Partito Democratico Alessandro Zan: «perché penalizza fortemente i bambini, privandoli di un sano confronto a scuola. Se è vero che i genitori sono liberi di decidere come educare i propri figli, è altrettanto vero che il ruolo della scuola è proprio quello di insegnare a tutti la parità e il rispetto delle differenze, in particolare per superare stereotipi e pregiudizi. Il rischio reale, con questa scuola, è di isolare i bambini sulla base di convinzioni e ideologie», prosegue Zan, «e surretiziamente insegnare loro a discriminare, bollando tutto ciò che si discosta da tali opinioni come qualcosa da condannare. Mi auguro che il provveditorato faccia chiarezza sui metodi di insegnamento adottati in questa scuola, accertandosi che siano in linea con il programma ministeriale, in modo da scongiurare scuole-apartheid in cui la diversità venga vista in chiave negativa, generando sentimenti di paura, sospetto e discriminazione nei bambini che le frequentano.
Cristiano Cadoni
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