Imprenditore si uccide nel bagno dell’azienda

CADONEGHE. Tra le macerie di un’esistenza a pezzi - così come dev’essergli sembrata ormai la sua - ha individuato lucidamente una sola strada. E l’ha percorsa meticolosamente, dopo avere studiato tutti i passaggi, compreso l’ultimo: un colpo di pistola alla testa, in una posizione che salvasse l’integrità del suo viso, a futura memoria. Un pizzico di garbo dentro una pentola di dolore, stanchezza e solitudine.

In tre lettere lasciate sul tavolo di casa prima di uscire, c’è la spiegazione del suicidio di Giampietro Franco, 70 anni, titolare della My Skin, piccola azienda che produceva cinture in pelle e collarini per cani. L’imprenditore mercoledì mattina ha chiuso il suo appartamento di via Sant’Antonio, a Perarolo di Vigonza, ha raggiunto come ogni giorno il suo laboratorio in piazza del Sindacato a Cadoneghe, è passato per il bar ZeroCinque dove ha scambiato due chiacchiere sul tempo - “Che bel cielo oggi e che sole” - e poi è tornato a lavoro, ha salutato Daniele Facchinelli, amico, ex socio, ma ormai soltanto suo collaboratore, si è chiuso in bagno e si è tolto la vita. Un colpo di calibro 38 - la sua pistola, regolarmente detenuta con licenza per tiro al volo e messa in tasca per l’occasione - e la morte immediata, tutto in apparenza senza esitazioni.

Sono le nove e mezza e l’eco dello sparo consegna al silenzio e all’incredulità questa piazza artificiale color pastello cresciuta 15 anni fa sul nulla di uno sterrato e che sarebbe un luogo totalmente anonimo se non ci fossero almeno villa Ghedini e villa Riello a tenere un legame con la storia, con la vita. Qui i negozi nascono e muoiono, gli affitti spaventano, le crisi proliferano. Tra quelli che resistono, a non più di trenta metri di distanza dal laboratorio di pelletteria, c’è l’agenzia di viaggi di un figlio di Giampietro, Alberto (l’uomo ne aveva anche un altro, Francesco), tra i primi ad accorrere alla My Skin pochi istanti dopo lo sparo. Attonito, sconvolto.

Ed è già il momento dei perché. L’azienda di Franco non era in crisi, aveva conti a posto, nessuna sofferenza particolare, affari in calo, certo, ma niente di irrecuperabile. Però al settantenne Giampietro quella situazione dev’essere sembrata insostenibile. Il divorzio dalla moglie, dieci anni fa, lo aveva sprofondato in una situazione di sofferenza mai superata. Poi, più di recente, c’era stato un cambiamento negli assetti societari, con Facchinelli che è uscito dall’azienda, restando con un altro ruolo. Una situazione di disagio generale, insomma, che a sentire i carabinieri, emergerebbe anche dalle tre lettere lasciate a casa: una per l’ex moglie, una per i figli, l’ultima per i nipotini.
Gli scritti contengono indicazioni precise su come liquidare la società, sulla vendita della casa e su altre questioni pratiche. Alla My Skin, intanto, arrivano i carabinieri e la Scientifica. Facchinelli viene sottoposto alla prova dello stub, con esito negativo, per escludere che sia stato lui a sparare. Moglie e figlio si allontanano senza parlare, straziati dal dolore e consegnati per sempre a quel baratro di domande senza risposta che ogni suicidio lascia a chi resta.
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