Un’altra città è possibile «Ma facciamoci aiutare»

Padova segua l’esempio di Nantes: il messaggio trapela tra le righe, ma in modo chiaro, dal convegno sulla rigenerazione urbana svoltosi venerdì nell’aula magna di Palazzo Bo, ed organizzato dall’Ordine degli Architetti, Fondazione Barbara Cappochin e Camera di Commercio. L’incontro è solo il primo di una serie di “conferenze internazionali”, il cui intento è quello di far capire che un abito, anche se «disegnato e cucito su di una realtà specifica, può ben essere adattato a tante altre», come ha spiegato, nel corso dell’evento, la consigliera della Camera di Commercio e vicepresidente di Ibm Europa Isabella Chiodi. Tradotto: i buoni progetti, le buone pratiche avviate in una città europea possono fungere da modello per tante altre, e questo, secondo gli architetti padovani, è non solo possibile ma auspicabile.
A Nantes, che con i suoi 300 mila abitanti è la sesta città di Francia, il processo è iniziato nel 1989: in ballo c’era una vasta zona degradata, quella dell’Ile de Nantes, che un tempo ospitava i cantieri navali. L’obiettivo era bonificarla interamente e restituirla alla cittadinanza. È stato indetto un concorso internazionale per la stesura del masterplan (vinto da Alexandre Chemetoff) e sono state individuate aree per i servizi fondamentali: il palazzo di giustizia, il polo ospedaliero e la linea di tram. Non serve un intuito raffinato per intravedere le affinità con il caso di Padova, che infatti viene richiamato dal presidente del Consiglio nazionale degli architetti Giuseppe Capocchin. «Non entriamo nel merito delle scelte del Comune per la localizzazione del nuovo ospedale», spiega Capocchin, «ma vorrei sottolineare che quella è una parte importante della macchina della città. Non può essere visto solo come un luogo adibito a ospitare i malati, bisogna allargare lo sguardo a tutte le interazioni che crea. A Nantes c’è stato uno studio molto importante per permettere all’ospedale di diventare volano di sviluppo della città. E direi che questo è un elemento particolarmente importante, di cui tenere conto nella progettazione». Ma le lezioni da apprendere sono almeno altre due: «L’ospedale di Nantes», continua Capocchin, «è frutto di un concorso internazionale, a cui hanno partecipato specialisti di altissimo livello. Perché se l’ospedale deve essere parte della città, deve essere una parte che la qualifica, e non semplicemente che si aggiunge. Per avere un piano competitivo serve un concorso di progettazione, una proposta che sappia stuzzicare l’interesse dei maggiori esperti: quando si parla di grandi opere, negli altri paesi d’Europa, questo è l’iter naturale. E aggiungo un’ultima precisazione», conclude, «a Nantes è arrivato prima il progetto, poi il ragionamento sulla normativa. Qui ci facciamo ingabbiare dalle norme, senza poter immaginare un progetto di ampio respiro».
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