«L’ospedale produca utili da investire per i pazienti»

È il modello caldeggiato dalla Scuola di Medicina e dagli “addetti ai lavori” Oggi l’Azienda ha un giro d’affari di 580 milioni, ma introiti in costante calo

Un “fatturato” da 580 milioni di euro annui e un giro d'affari giornaliero di oltre 1 milione. Un passivo d’esercizio di 17 milioni, in picchiata rispetto agli anni scorsi, ma comunque a livelli tali da far rischiare il commissariamento. Sono i numeri di una delle più grandi aziende pubbliche di Padova: quella ospedaliera. Le cifre emergono dal consuntivo 2015 di via Giustiniani. Ed è partendo anche da questi numeri che, da più parti, si invoca un nuovo modello di sanità: fare del Policlinico un’azienda capace di trasformare i finanziamenti in investimenti e di chiudere con utili da investire a beneficio dei pazienti. Spiega il presidente uscente della Scuola di Medicina Santo Davide Ferrara: «A Padova», dice, «ci sono formidabili piloti, intesi come professionisti formati a livelli di vertice internazionale, diamo loro le macchine per competere». In altre parole: a via Giustiniani servono più mezzi per poter “fare affari”: per poter portare a Padova pazienti da fuori regione e da fuori Italia in modo da rimpolpare la voce di bilancio che più incide sui ricavi, quella dei ricoveri da fuori Regione per prestazioni d’eccellenza.

I numeri. La sanità in Veneto vale 8 miliardi, a Padova la sola Azienda Ospedaliera (senza Usl e Iov) realizza 580 milioni 551 mila 652 euro di valore della produzione. A pesare sulle entrate sono diverse voci, a cominciare dai ricoveri: oltre 203 milioni incassati dai pazienti veneti, 37 milioni da quelli di fuori Regione per un totale di 241 milioni, in leggera (ma continua) flessione rispetto agli anni passati (243 milioni nel 2014, 244 nel 2013, 246 nel 2012). Le prestazioni specialistiche hanno fruttato complessivamente 52 milioni (in netta diminuzione quelle per esterni passate da 7 milioni del 2014 a oltre 3 milioni), mentre la vendita di farmaci garantisce introiti per 72 milioni di euro. I ricavi sono in contrazione e, nonostante questo, l’Azienda è riuscita a chiudere con un passivo di 17 milioni, ben 5 in meno rispetto al 2014 (e lontanissima dal buco nero di 47 milioni del 2007).

Ricoveri e concorrenza. La contrazione dei ricoveri e delle prestazioni specialistiche non può non impensierire gli addetti ai lavori. Perché questa diminuzione compromette l’appeal della sanità padovana. Se il Policlinico fosse un’azienda privata significherebbe che sta perdendo clienti e, in particolare, che sta perdendo quelli “facoltosi”, vale a dire quelli che arrivano da fuori territorio per beneficiare di prestazioni specialistiche di alto livello che solo Padova può assicurare (e che portano più soldi in cassa, attraverso i rimborsi di altre Usl). Il rischio, insomma, è di perdere terreno. E di cederlo alla “giovane” Azienda integrata di Verona che con i suoi quasi 503 milioni di ricavi netti (nel 2014) e con l’Ospedale della Mamma e del Bambino in fase di costruzione, sta incalzando Padova.

Il potenziamento. Un rischio, quella della fuga dei pazienti, che si delineava già lo scorso anno, tanto che l’allora dg Claudio Dario aveva chiesto a gran voce alla Regione fondi e la revisione verso l’altro delle tariffe delle prestazioni. all’inizio dell’anno il Policlinico ha ricevuto soltanto 60 milioni contro i 700 assegnati all’Usl e i rimborsi delle prestazioni sono rimasti praticamente gli stessi.

Il nuovo modello. Il presidente uscente della Scuola di Medicina ha più volte richiamato l’attenzione su Padova perché il Policlinico è un hub (un polo attrattivo) e come tale deve essere considerato. «Occorre dotare Padova di finanziamenti maggiori rispetto a qualunque altro ospedale», spiega il professor Santo Davide Ferrara. E prosegue: «Si diano ai formidabili piloti padovani macchine che facciano produrre profitto». Un concetto nuovo, in ambito sanitario, quello del profitto. Che, sia chiaro, va inteso come utile da reinvestire per la comunità, non come guadagno da mettere in tasca ai direttori. C’è un nuovo filone internazionale, quello della “medicina del valore”, che punta proprio alla realizzazione di tale modello: «L’investimento in medicina», chiosa il professor Ferrara, «non deve essere considerato un costo, ma un mezzo per ottenere profitto. Per realizzare tale obiettivo occorre migliorare la dotazione tecnologica, di strutture, di risorse umane. Occorre perfezionare l’organizzazione di servizi e reparti. In tal modo l’Azienda diventerà volano e polo attrattivo. Dobbiamo essere capaci di fare come già fanno America, Germania, Gran Bretagna: richiamare pazienti da fuori». E lo stesso dg Luciano Flor ha più volte sottolineato l’importanza di diventare competitivi a livello Europeo per richiamare pazienti da fuori: Padova, ha spiegato, non si misura con Verona, ma con le realtà europee e internazionali.

Specializzazione. Una svolta necessaria di cui peraltro è convinto anche l’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto: «È il futuro per riuscire a mantenere il sistema sanitario su base universalistica», afferma, «Un approccio diverso è assolutamente necessario visti i tagli che si abbattono sulla sanità». Il mezzo per arrivarci? L’alta specialità, per l’appunto: «Sono le Aziende che devono creare attrazione attraverso le super-specialità; sottolinea, «I fondi? Certo, il Miur dovrebbe dare maggiori finanziamento all'Università».

Sabrina Tomè

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