Piccoli punti nascita, medici “ammutinati”

PADOVA. Prima sono scesi in campo i ginecologi e le ostetriche, scrivendo lettere e presentando un ricorso al Tar. Poi è toccato agli anestesisti che hanno chiesto alla Regione di sedersi insieme a un tavolo per ridiscutere l’intera questione. Ora la protesta contro i piccoli punti nascita - quelli con meno di 500 parti all’anno mantenuti aperti dalla Regione, ma ritenuti insicuri dai camici bianchi - si è estesa ai medici dell’Azienda Ospedaliera di Padova. Che, nel numero di due al giorno, devono lasciare via Giustiniani per andare a Piove di Sacco. Motivo? Assicurare l’attività di un’Ostetricia che altrimenti non avrebbe i numeri per funzionare. Sia chiaro, qui non si tratta certo di un problema di chilometri da percorrere. Il fatto è che per mantenere aperto quel punto nascita (che, comunque, non presenta i requisiti stabiliti dall’accordo Stato-Regioni), si finisce per sguarnire anche l’Azienda Ospedaliera.
Gli spostamenti. Sì perché non potendo inviare a Piove di Sacco i medici neonatologi (quelli in servizio a Padova bastano appena per coprire turni e guardie), occorre andare a pescare tra quelli delle équipe specialistiche. E quindi inviare i medici dell’Hospice Pediatrico (sono solo 4 e si prendono cura dei bimbi terminali o con malattie inguaribili), della Terapia Intensiva Pediatrica (appena 4 anche in questo caso), della Cardiologia, della Nefrologia, del Pronto Soccorso Pediatrico. Il risultato? L’Azienda Ospedaliera, qualificata come hub, e quindi come ospedale di alta specialità resta a corto proprio dei suoi specialisti qualificati per intervenire sui casi più difficili e complessi. A Piove essi devono occuparsi di parti; quando, poi, i parti ci sono. Nel 2016 nel presidio provinciale sono venuti al mondo 385 bebé contro gli oltre 3 mila che nascono ogni anno in quello cittadino.
La rivolta. Una soluzione, questa, che ha fatto scattare la rivolta dei medici. Anche perché c’è stata una riduzione di organico (hanno inciso due gravidanze non sostituite) con la conseguenza che lo sforzo richiesto è cresciuto ulteriormente. E il malcontento è così forte e diffuso che alcuni dottori hanno addirittura deciso di “disobbedire”, rifiutando di andare a Piove: la direzione è dovuta intervenire firmando almeno una decina di ordini di servizio per imporre lo spostamento. Il caso è ora seguito dall’Anaao che con il dottor Eugenio De Carlo, segretario aziendale dell’associazione medica, ha preso in carico il problema: «C’è grande disagio a Pediatria per questo impegno richiesto», spiega il medico, «Intendiamo andare a un tavolo con la Regione per chiarire l’effettiva praticabilità di tale soluzione».
La Regione al lavoro. L’assessore regionale alla Sanità Luca Coletto, interpellato sul caso, ha ritenuto di non rispondere. Ma a Venezia i bene informati assicurano che si sta cercando una via d’uscita. Una soluzione che permetta all’Azienda Ospedaliera di mantenere il suo organico, ma anche al punto nascita di Piove di continuare a funzionare. Perché il nodo è proprio questo: con la delibera dello scorso dicembre la Regione ha “salvato” le Ostetricie con meno di 500 parti annui (oltre a Piove, anche Venezia, Pieve di Cadore, Adria e Trecenta, Asiago e Valdagno) facendo riferimento a condizioni geografiche disagiate. La chiusura era l’inevitabile conseguenza dell’accordo Stato-Regioni che prevede punti nascita con più di 1.000 parti, tollera quelli sopra i 500 e taglia gli altri. Il prezzo per scongiurarla? La riduzione dei livelli assistenziali nelle piccole strutture: la presenza del pediatra per tre ore anziché per tutto il giorno, del ginecologo per 12 ore anziché per 24 e la non previsione di una sala operatoria h24 per le emergenze. Un’ipotesi sulla quale si sta lavorando è anche la più naturale: visto che Piove fa parte della grande Usl 6 Euganea e non dell’Azienda Ospedaliera, i medici potrebbero essere “arruolati” all’interno di questa.
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