Molon, il killer di Fisica sabato esce dal carcere

Padova, era marzo 1999: uccise Maccato, mandò in coma De Ponte e ferì Bezze. Oggi ha 63 anni, non si è mai pentito e vuole tornare nella sua Conselve

PADOVA. Ha scontato 18 dei 26 anni di carcere a cui è stato condannato e fra cinque giorni tornerà a essere un uomo libero. Il “killer dell’università” come è stato ribattezzato da quella mattina del 5 marzo del 1999, ha pagato il suo conto con la giustizia. Sabato le porte del carcere Due Palazzi si apriranno per Mariano Molon, 63 anni, responsabile per la morte del sindacalista della Cgil Walter Maccato, all’epoca 51 anni, freddato sul colpo durante la riunione che quella mattina di 18 anni fa era stata convocata al Dipartimento di Fisica tecnica, in via Bassi, proprio per discutere della posizione lavorativa di Molon - tecnico per l’Ateneo - che rischiava un provvedimento disciplinare. In quell’occasione Molon ferì anche il professor Francesco De Ponte, riducendolo in coma irreversibile, una lenta e sofferta agonia fino all’epilogo il 22 marzo 2005, e il tecnico Antonio Bezze, che riportò gravi lesioni all’addome, costretto a numerosi interventi chirurgici e deceduto il 14 giugno 2006. Una lunga scia di sangue, che oggi lascia ancora rabbia e dolore.


Sulla carta il conto con la giustizia Molon lo ha pagato, beneficiando di uno sconto di pena grazie all’indulto e della liberazione anticipata prevista in caso di buona condotta (45 giorni in meno ogni sei mesi di pena scontata). Troverà un mondo profondamente cambiato da quello che ha visto prima di venire rinchiuso e con cui non ha più avuto alcun contatto se non durante le visite in carcere. Perché Molon, pur avendone richiesti, non ha mai beneficiato di alcun permesso premio. Negli ultimi 18 anni il suo mondo è stato una cella, prima nel carcere milanese di Opera, quindi a Bollate e infine Padova - dal 15 giugno 2013 - dove sta condividendo lo spazio con due stranieri. Una lunga detenzione durante la quale Molon si è anche iscritto alla facoltà di Ingegneria (dell’Università di Milano), dando alcuni esami, ma che sembra non aver scalfito la corazza dell’ex tecnico dell’Università e che, secondo il suo stesso legale di fiducia - l’avvocato Gian Mario Balduin - non lo avrebbe portato a maturare la consapevolezza del male fatto. Ed è questo il motivo per cui i permessi gli sono stati negati: non ha mai ammesso i reati di cui è stato riconosciuto colpevole - omicidio volontario, triplice tentato omicidio e lesioni gravissime - non ha mai mostrato alcun segno di pentimento. Non ha mai chiesto scusa ai parenti delle vittime. Ora vuole tornare a Conselve, dove viveva prima di finire in carcere e dove vuole riprendere la sua vita da uomo libero. Come nulla fosse, magari. Ancora con i suoi modi ruvidi e la sua rissosità. Gli stessi per cui quando lavorava all’università aveva maturato una ventina di procedimenti e rischiava il trasferimento. Era proprio per risolvere il “problema Molon” che quella tragica mattina del 5 marzo 1999 era stata indetta al Dipartimento di Fisica la riunione che si è trasformata in un bagno di sangue. Riunione a cui Molon si era presentato con la sua pistola Manurhin calibro 7,65. Alle 10.15 la parola “trasferimento”, alle 10.20 la follia: Molon estrae la pistola, spara a Maccato freddandolo all’istante. Poi ferisce alla tempia il direttore De Ponte, poi ancora due colpi contro Bezze e un ultimo colpo contro il professor Cesare Bonacina. Miracolato: il proiettile perfora il bavero della giacca. Molon va a costituirsi un’ora più tardi, presentandosi nello studio dell’avvocato Balduin. Nessun vizio di mente allora per Molon, giudicato «al momento dei fatti non in condizioni di mente tali da escludere o diminuire grandemente la sua capacità di intendere e di volere». Sentenza confermata nei tre gradi di giudizio. Molon ora si prepara a uscire. Lo attende un mondo completamente cambiato, che forse guarderà ancora con un certo sospetto un uomo che, invece, potrebbe non essere cambiato affatto.
 

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