Il coraggio di un capitalismo che sa rilanciare

Quarant’anni di crescita nella continuità e nella capacità di reagire ai cambiamenti
Ferrazza Conegliano arriva il treno di Matteo Renzi
Ferrazza Conegliano arriva il treno di Matteo Renzi

A un primo e superficiale sguardo sull’economia del Nord Est gli ultimi quarant’anni sembrano trascorsi nel segno della continuità. Diversamente dal Nord Ovest, che dalla fine degli anni ’70 a oggi dimezza la propria base manifatturiera e vede imporsi Milano quale centro propulsore di una nuova economia dei servizi, nel Nord Est l’occupazione manifatturiera si mantiene sugli stessi livelli assoluti di quarant’anni fa, quando si stava affermando quel modello di crescita policentrica dei distretti che ancora oggi contraddistingue il paesaggio economico e sociale della regione. Non è cambiata nemmeno la struttura dimensionale delle imprese, con l’80% dell’occupazione ancora concentrata nelle aziende medio-piccole: valore allineato alla media nazionale, ma venti punti in più di Germania e Francia. Agli stessi livelli della Germania e più della Francia si attesta invece l’apertura commerciale, con una propensione a esportare che anche con l’Euro non sembra dare segnali di stanchezza. Insomma, un modello di capitalismo resiliente, che reagisce e si adatta a cambiamenti anche profondi degli scenari tecnologici, geopolitici ed economici.

Scavando sotto la superficie dei dati aggregati si osserva tuttavia come in questi quarant’anni l’economia del Nord Est non è solo cresciuta in misura consistente, ma ha cambiato più volte pelle. Sono almeno quattro le fasi che segnano un processo di sviluppo tutt’altro che lineare. La prima è quella della crescita eroica del capitalismo popolare, quando una nuova platea di piccole imprese riesce a sfruttare condizioni fiscali e monetarie favorevoli – bassi livelli di tassazione, un’inflazione che spinge i consumi interni, una politica valutaria che incoraggia le esportazioni – per inserirsi nelle crepe sempre più evidenti dell’economia fordista. Alla fine degli anni ’70 le grandi fabbriche del triangolo industriale mostrano infatti molti segnali di difficoltà. Le rigidità tecniche e organizzative funzionali alla produzione standardizzata, diventano incompatibili con le nuove tendenze della domanda, sempre più complessa e sofisticata. I conflitti sindacali contribuiscono poi ad alzare il costo del lavoro, spingendo verso il decentramento produttivo che trova nel Nord Est un sistema di competenze già formato su cui crescere. In questa fase, inoltre, l’integrazione dei mercati europei compie un deciso salto di qualità. Le piccole imprese possono così trovare un più facile sbocco per i loro prodotti, ma anche forniture tecnologiche avanzate per innovare i processi. Dalla seconda metà degli anni ’70 ai primi anni ’90 l’economia veneta aumenta l’output del 70% (venti punti più della media nazionale), con un balzo del reddito reale che la porta ai vertici delle regioni industriali europee. È tuttavia a questo punto che lo scenario cambia bruscamente. Con la caduta del Muro di Berlino si apre una nuova stagione politica ed economica segnata da tre grandi cambiamenti: l’irrompere della Cina negli scambi globali, che in due decenni diventerà la maggiore potenza manifatturiera al mondo; la diffusione delle tecnologie di rete, che modificano radicalmente i processi produttivi e di consumo; e la creazione della moneta unica europea, che riduce la convenienza a esportare, favorendo lo sviluppo di catene di fornitura globale. La fase che segue l’introduzione dell’Euro mette infatti subito in luce un nuovo protagonismo internazionale delle piccole e medie imprese. Questo fenomeno trova una sua consacrazione nel 2001 con l’assemblea di Unindustria Treviso svolta a Timisoara. Per il territorio del Nord Est i benefici della delocalizzazione rimangono tuttavia dubbi. Invece che reinvestire i margini creati all’estero per modernizzare le imprese – aumentando il capitale di rischio, adottando nuove tecnologie, potenziando ricerca industriale e capitale umano – dal 1998 al 2005 si assiste in Veneto al più grande boom edilizio della sua storia. In un periodo in cui si sta ridisegnando la geografia mondiale della produzione, nell’area centrale del Veneto si vedono spuntare come funghi capannoni industriali, molti dei quali destinati a rimanere vuoti. Le società immobiliari e di intermediazione finanziaria – spesso create come cassaforte dei patrimoni imprenditoriali – superano in numero quelle industriali, la cui platea, dopo due decenni di crescita ininterrotta, si contrae del 20%.

La brusca frenata della produttività nei primi anni del nuovo millennio è un segnale di allarme che pochi sono disposti ad ascoltare. La crisi finanziaria del 2008 si abbatte così su un’economia che appare più esposta di altre ai rischi di una recessione mondiale. Nel periodo 2008-2014 solo fra Padova e Treviso si perdono tremila imprese manifatturiere, cinquemila nelle costruzioni, oltre duemila nel commercio. Un’ecatombe che viene solo parzialmente riequilibrata dalla crescita dei servizi turistici e finanziari. Proprio la finanza, del resto, mostra in questa fase tutte le sue debolezze: la recessione si ribalta nei crediti in sofferenza, riducendo gli attivi bancari e, di conseguenza, i nuovi impieghi. Ciò toglie ossigeno anche alle imprese che avrebbero capacità e ordini per andare avanti. Una gestione inadeguata e opaca delle banche popolari si scontra poi con le nuove regole europee per la stabilità finanziaria. L’epilogo è noto: nel giro di un anno crollano le due principali banche popolari del Veneto e si dissolve un patrimonio che nei bilanci di 180mila famiglie e 20mila imprese era stato contabilizzato prima della crisi in quasi 20 miliardi di euro. Eppure, il capitalismo imprenditoriale del Nord Est fornisce anche in questo frangente un’ulteriore prova della sua resilienza. La crisi ha contribuito a selezionare le imprese più produttive, spingendole a qualificare i prodotti, sviluppare nuove tecnologie, diversificare i mercati. La complessità dell’ambiente produttivo – generata dalla combinazione di una straordinaria varietà di settori, competenze tecniche, capacità lavorative – continua ad alimentare l’innovazione imprenditoriale. Tuttavia, il salto di scala imposto dalla nuova fase della competizione globale richiede oggi al capitalismo del Nord Est riforme coraggiose sulla governance delle imprese, sulla collaborazione con l’Università e sull’organizzazione di un moderno spazio metropolitano. Nell’economia della conoscenza il potere dell’imprenditore non è più legato alla proprietà degli asset fisici, ma alla capacità di attirare talenti, dialogare con i consumatori, sviluppare nuovi servizi. Si tratta di cambiamenti innanzitutto culturali. Che spetta perciò anche a questo giornale accompagnare, come ha saputo fare nei suoi primi quarant’anni di vita.

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