Coronavirus: lui muore, lei esce dalla Rianimazione e riabbraccia la figlia

Rita Manfrin è stata dimessa da poco dopo aver lottato contro il contagio. Suo marito non ce l’ha fatta. «Antonio in sogno mi ha detto: torna indietro»
27 aprile 2020 Marika Turato con la madre nella loro casa di Arre, dopo aver vinto la battaglia contro il Coronavirus
27 aprile 2020 Marika Turato con la madre nella loro casa di Arre, dopo aver vinto la battaglia contro il Coronavirus

ARRE. «Mentre ero in coma ho sognato mio marito Antonio che mi donava gli organi. Poi ho visto una luce e sentito una voce maschile che mi diceva: “Fermati e fai tre passi indietro”. Non era la mia ora». Rita Manfrin, 59 anni, di Arre, è stata a lungo sedata e intubata in terapia intensiva e non poteva sapere che nel frattempo suo marito, Antonio Turato, era morto, lo scorso 25 marzo, stroncato dal coronavirus appena dieci giorni dopo il suo sessantottesimo compleanno. E quella voce maschile, forse, era la sua, un estremo gesto di amore. Quando la donna si è risvegliata ha saputo che quell’incubo, purtroppo, si era avverato.

Rita, dopo 40 giorni di ricovero, di cui 15 trascorsi in Rianimazione, è tornata nella sua casa di via Roma lo scorso fine settimana, a un mese esatto dalla scomparsa del marito, guarita e senza più traccia del Covid-19, e ha potuto finalmente riabbracciare i figli Marika e Denny. I due giovani dagli inizi di marzo erano piombati nell’incubo: dopo aver perso il papà sono stati per settimane con il fiato sospeso, in attesa di quella telefonata quotidiana dall’ospedale che li informava sulle condizioni della mamma, prima in Rianimazione, poi in progressivo miglioramento, fino alla guarigione e alle dimissioni. E se un mese prima la figlia Marika, all’epoca anche lei positiva al virus, aveva dovuto salutare frettolosamente dalla finestra il feretro del papà diretto in cimitero, ora ha potuto riabbracciare la mamma e iniziare a riprendere a vivere e a guardare con fiducia al futuro, nel ricordo dell’amato padre.

27 aprile 2020 Amelia Parolo 89 anni di Vighizzolo, morta per Coronavirus contratto alla casa di riposo di Bovolenta
27 aprile 2020 Amelia Parolo 89 anni di Vighizzolo, morta per Coronavirus contratto alla casa di riposo di Bovolenta


In queste settimane la solitudine della giovane è stata mitigata dalla generosità di tanti amici e compaesani: chi le portava la colazione o la spesa in regalo a casa, chi l’ha aiutata in altre forme.

La prima d essere attaccata dal coronavirus era stata proprio mamma Rita, lo scorso 4 marzo. «L’avevamo portata all’ospedale di Piove di Sacco», ricorda la figlia Marika «per nausea e dolore epigastrico, non c’era ancora il boom del virus e quindi le è stato detto che doveva procedere con i normali controlli e niente di più. È stata dimessa ma qualche giorno dopo. Fra il 7 e l’8 marzo si è ammalato anche mio padre, ricoverato a Schiavonia il 15 marzo, giorno del suo compleanno. Il giorno dopo anche la mamma è stata portata a Monselice e pochi giorni dopo è entrata in Rianimazione».

Di quei giorni di incoscienza Rita conserva ricordi dai contorni sfumati. «Ho sognato molto, ma si trattava soprattutto di incubi. Ho sognato mio marito mentre mi donava gli organi e di quella voce che mi ordinava di fermarmi, di restare. Non potevo sapere che purtroppo l’unico sogno reale che avevo fatto era proprio quello di mio marito. Non sapevo nemmeno che fosse morto, me lo ha detto mio figlio Denny. Anche su di lui avevo fatto diversi sogni ed è stato lui, la prima volta che ci siamo sentiti, a raccontarmi che Antonio non c’era più».

Rita ha dovuto affrontare sentimenti contrastanti, da una parte il dolore per la perdita del marito, dall’altra il sollievo per essersi ripresa e per poter di nuovo comunicare con i figli. «Il giorno di Pasqua ho potuto videochiamare Marika per la prima volta», continua nel suo racconto, «e anche a lei ho raccontato i miei incubi. Io non ricordo bene questa circostanza, ma mia figlia in seguito mi ha detto che si era spaventata nel sentirmi così. I medici l’avevano messa in guardia sul fatto che al risveglio ci potesse essere una reazione simile, ma si è comunque preoccupata. Al reparto Covid dell’ospedale di Schiavonia ho conosciuto tante persone molto gentili e professionali che mi hanno accudita e curata con attenzione e delicatezza. Finché non sono stata in grado di usare il telefono in autonomia mi aiutavano a chiamare i figli con il tablet dell’ospedale».

Gli ultimi giorni di ricovero Rita, ormai fuori pericolo, li ha passati all’ospedale di Camposampiero, fino al ritorno a casa. «La prima cosa che ho fatto è stata riposarmi dopo il viaggio in ambulanza, per me doloroso e faticoso. E per cena, finalmente, ho potuto mangiare un bel piatto di spaghetti, di cui avevo una gran voglia. Conservo tanti bei ricordi di mio marito Antonio, nel momento più difficile è lui che mi ha aiutata a restare. Ogni cosa in questa casa mi parla di lui ma cerco di essere coraggiosa e farmi forza».

 

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova