Una giornata a due facce mattinata di shopping e pomeriggio di blocchi
Di stare a casa i padovani non ne vogliono sentir parlare. Nonostante regole, ordinanze, multe e varchi. Ieri mattina Listòn e piazze erano affollati, senza assembramenti, ma con tante persone in corsa per gli ultimi pacchetti natalizi. Dalle 14 però i blocchi agli ingressi della città voluti dal sindaco Sergio Giordani hanno creato il vuoto.
mattinata di shopping
Nelle piazze si va dentro e fuori dalle botteghe, con i negozi gremiti con tanto di coda fuori e i bar senza un tavolino libero. Via Roma e via Umberto invece erano fluidi ed è la prima volta da quando la pandemia ha cambiato le regole dello shopping pre-natalizio. Mentre in via Dante e zona piazza Insurrezione si camminava normalmente quasi non fosse un’antivigilia natalizia e l’ultimo giorno prima del soft lockdown decretato dal governo.
pomeriggio di blocchi
Il pomeriggio invece è sopraggiunto un gelido deserto. Che si intuiva già ai punti d’ingresso della città, presidiati dalle pattuglie della polizia locale: via Adriatica, strada Battaglia, via San Marco, via Bembo, via Facciolati, via Pontevigodarzere, via Chiesanuova. Dappertutto traffico scorrevole, senza rallentamenti e gli automobilisti con un buon motivo per essere in strada. «L’attività di controllo sarà attiva per tutte le feste, lungo le 13 arterie d’ingresso alla città, con controlli a campione e pattuglie in movimento – avverte il comandante Lorenzo Fontolan – Ma sono sicuro i cittadini saranno ottemperati. Ricordo che le verifiche aumenteranno nei giorni rossi e saranno concentrate soprattutto nella fascia mattutina».
il bilancio dei commercianti
«Siamo lontanissimi dal Natale c’è pochissimo movimento – spiega Roberta Volante, titolare del negozio Mi Reina in piazza della Frutta – Ma io mi aspettavo perfino peggio date le premesse. Un punto su tutti è che una volta chiusi bar e ristoranti non c’è più nessuno in giro. Tanto che gran parte dei negozianti chiude con loro, me compresa. La chiusura alle 21 permessa dal governo è una presa in giro». Per il dopo Natale comincia così a prendere forma una sorta di coprifuoco fai da te dei negozi del centro. Più d’uno infatti accarezza l’idea di starsene a casa fino a gennaio. «Per quanto mi riguarda sarò chiusa fino alla Befana, forse di più, forse riaprirò a metà gennaio – conferma Roberta Volante – A me ha salvato il prodotto. Questo è un anno in cui il prezzo ha fatto al differenza: meno costa, più va a ruba. Per fortuna io vendo bigiotteria che non si trova su internet, che non è dozzinale, ma per la prima volta ho messo in sconto, al 15-20% in meno, cose che fino all’anno scorso si vendevano da sole».
baristi e ristoratori delusi
Dunque se la mattina chi va in centro per fare acquisti sa dove andare e cosa comprare (a cominciare dalla spesa), al pomeriggio si va per una passeggiata senza impegno. E sono le caffetterie che si cercano e non certo per asporto. «Il Natale è ormai archiviato per noi – spiega Alessandro Franchetti, del caffè Milano in via Santa Lucia – Zona rossa o zona arancione, noi ora chiudiamo perché l’asporto non vale la pena. I nostri clienti sono professionisti che, per questi pochi giorni intervallati dalle feste, si adatteranno». Delusi? «Dispiaciuti perché non ci è stato permesso di lavorare. Abbiamo fatto della sicurezza una regola, per noi e per i nostri clienti, non credo la scelta migliore sia far chiudere tutti indistintamente, ma in maniera chirurgica. Capisco il problema degli assembramenti e questo l’ha risolto il divieto di consumare in strada. Capisco il sovraffollamento dentro i locali e questo l’hanno risolto i numeri consentiti. Abbiamo fatto tutto, eppure non è stato abbastanza perché ci hanno serrati. Quanto sarebbe stato più giusto punire chi sbaglia e lasciar lavorare chi, al netto di volumi dimezzati, si sta facendo in quattro».
Metà, è questo il volume d’affari della ristorazione che, malgrado tutto, lavora: «Siamo qui per non stare a casa – assicura Antonio Ruggiero, storico titolare del ristorante-pizzeria la Lanterna di piazza dei Signori – I dipendenti tutti in cassa integrazione e in pizzeria io, mia moglie, mio figlio e mia cognata. Il nostro bilancio 2020 l’abbiamo chiuso ieri con meno 53% di volume d’affari. Un vero disastro». —
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