Un patto per crescere
Le rilevazioni Istat sulla spesa delle famiglie italiane evidenziano un impoverimento diffuso dei ceti popolari, frutto di anni di mancata politica dei redditi e di una corsa incontrollata dei prezzi. A giugno l’andamento dei consumi è stato di ben un punto al di sotto dell’inflazione (0,7 contro l’1,7). Si è così confermata una tendenza generalizzata alla contrazione delle spese in atto da tempo e dalla quale non sono esenti nemmeno le aree più ricche del Paese, come la nostra. L’imminente impennata dei costi su prodotti primari (dal pane ai testi scolastici) rischia di aggravare ulteriormente il fenomeno. Va perciò salutato positivamente l’impegno annunciato dal governo di tenere sotto controllo l’andamento del carovita. In tal senso una parte importante spetta agli enti locali che devono dare, anche nel Veneto, segnali espliciti di contrasto ad aumenti ingiustificati non solo dei prezzi ma anche delle tariffe.
Non bastano però misure contingenti. Il crollo del potere d’acquisto di salari e pensioni prodottosi negli ultimi anni ha portato le retribuzioni italiane in coda alla classifica europea, al di sotto perfino di quelle della Grecia, mentre la ricchezza complessiva del Paese ha continuato ad aumentare. Ciò porta in primo piano il problema relativo alla redistribuzione delle risorse e l’esigenza che sia finalmente realizzata una politica dei redditi orientata all’equità e al rilancio dei consumi interni, pesantemente a rischio anche per il crescente indebitamento delle famiglie. Il dibattito tutto ideologico sul fisco, innescato da alcuni settori imprenditoriali e politici inneggianti alla «rivolta» secondo una lettura che assimila le tasse ad una sorta di estorsione da parte dello stato verso i cittadini, va riportato su un piano di realismo e di responsabilità. L’eventuale alleggerimento fiscale, da realizzare in parallelo con il risanamento dei conti pubblici, dovrà, in primo luogo, essere destinato a produrre quel riequilibrio sociale vitale per le prospettive del nostro Paese, favorendo i lavoratori dipendenti e i pensionati che sostengono la quasi totalità delle entrate e che stanno ancora pagando un pesante tributo al festino delle speculazioni del dopo euro.
La monopolizzazione che gli imprenditori (i quali hanno appena intascato il «cuneo») tendono a fare, a proprio beneficio, della questione fiscale mi sembra, soprattutto in questa fase, discutibile e slegata da una visione complessiva dei problemi aperti. Indicare nella pressione fiscale sulle imprese - che per altro non nasce oggi - il principale elemento di «freno» allo sviluppo della nostra economia mi sembra paradossale, tanto più a fronte dei massicci investimenti sul mattone, anziché sulle proprie attività, operati in questi anni dai titolari di impresa. La crescita economica, come dimostra la nostra stessa storia industriale, non dipende dagli sconti fiscali ma dalla capacità di fare sistema e di competere sui mercati internazionali con una forte carica innovativa. Ed è basata anche sulla qualità sociale del territorio di riferimento. Ciò implica, più che misure a pioggia, una selettività degli interventi pubblici a sostegno delle imprese che crescono ed innovano e la valorizzazione delle risorse umane e del lavoro.
E’ in questo intreccio, che assume il problema delle entrate fiscali in rapporto con l’efficacia e la qualificazione della spesa pubblica, che va sviluppato un ragionamento di prospettiva, proiettato anche ad una riduzione complessiva del carico fiscale - a beneficio innanzitutto del lavoro e dei ceti produttivi - senza intaccare, ma anzi estendendo ed aggiornando, i livelli di welfare. Ciò presuppone due condizioni: un rientro massiccio dell’evasione fiscale attestata, nella nostra regione, ad un quinto del Pil e la capacità di riformare, qualificandola, la macchina pubblica, ancora troppo gravata da costi ed inefficienze del management e da eccessive intromissioni della politica. Su ciò siamo pronti a sostenere una sfida anche nella nostra regione. Agli imprenditori, alle istituzioni ed alle forze politiche proponiamo un patto che assuma come obiettivo la modernizzazione del sistema per passare ad una nuova fase di sviluppo e crescita sociale. Ognuno deve però fare la propria parte, orientando in primo luogo ad una cultura della legalità e prendendo le distanze da quelle pratiche che hanno approfondito la distanza tra i cittadini e le istituzioni.
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