Se il Nord è tradito dalla sua classe dirigente

VENEZIA. L’Agec di Verona, l’Ater a Venezia di Padova, le inchieste aperte a Venezia che hanno decapitato i vertici del Consorzio che ha in concessione i lavori del Mose. E poi, per chi ha un po’ di memoria storica, la vicenda delle quote latte, delle banche fallite della Lega, le indagini sulla sanità lombarda che hanno travolto la giunta Formigoni, quelle sulla Banca Popolare di Massimo Ponzellini a Milano. Ma non sarà che il Nord e la sua classe dirigente sono uguali al resto del Paese e che hanno né più né meno degli altri saccheggiato i loro territori imponendo i metodi di quella “Roma ladrona” che tanto avevano sbandierato a tutela della loro specificità? E non è questa classe dirigente, che da Berlusconi e la Lega scende per li rami del governo degli ultimi venti anni, ad essere una della cause principali della disfatta oggi dell’economia? La domanda sorge legittima se si guarda la serie di inchieste giudiziarie che hanno messo a nudo metodi di governo da competere e a volte da fare impallidire quelli della tanto deprecata Prima Repubblica. Ma viene tanto più spontanea se si legge un libro di recente dato alle stampe dal titolo significativo: “La disfatta del Nord, corruzione, clientelismo e malagestione” edito da Longanesi. A scriverlo un giornalista torinese, Filippo Astone, che già fece rumore a suo tempo con un pamphlet sulla Confindustria e la sua “casta” economica. «Con poche eccezioni – scrive nella sua premessa – le classi dirigenti del Settentrione hanno gestito in modo pessimo e, talvolta, perfino criminale, sia i loro territori sia l’intero Paese che si sono così “meridionalizzati” nel senso peggiore che si può dare a questo termine. Hanno così travolto le attese, le speranze e anche la creduloneria di buona parte dei ceti operosi e produttivi che per quasi vent’anni hanno ingenuamente creduto che il terzetto Berlusconi Bossi Formigoni potesse liberarli dei problemi strutturali che ostacolano le loro attività».
Vien male a leggere tutto insieme il racconto di questi anni che squaderna non solo le cifre del fallimento economico di una classe dirigente che dice di rappresentare il Nord, ma anche apre uno squarcio su un mondo di malaffare le cui cifre battono di gran lunga quelle della prima Tangentopoli. Già perché, argomenta Astone, da soli«i numeri che la magistratura contesta ai ciellini Pierangelo Daccò e Antonio Simone, 70 milioni di euro, ipotizzando eventuali complicità con Roberto Formigoni, sono pari all’intera cifra della tangente Enimont che travolse Bettino Craxi e Arnaldo Forlani e con essi i partiti della prima Repubblica».
Sulla scena del libro sfilano, nel racconto dell’ ultimo ventennio, esponenti politici della Lega lombarda e veneta di ieri, come Umberto Bossi, e di oggi, come Roberto Maroni e Flavio Tosi. I loro riferimenti diretti nel mondo finanziario, Giampiero Fiorani e Massimo Ponzellini. E poi tutto il mondo lombardo che gira intorno all’ex presidente della Regione, Formigoni, in un capitolo titolato significativamente “Comunione e fatturazione”. Nepotismo, appalti di favore, tangenti, malamministrazione che produce milioni di perdite per il contribuente, nulla è risparmiato al Nord di un Paese che, a guardare i protagonisti del mondo politico di oggi, sembra mitridatizzarsi al veleno della corruzione e del sistematico intreccio tra correnti (neanche più partiti), malaffare e saccheggio della cosa pubblica.
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