Aborti clandestini nella villa degli orrori

QUINTO. In una casa di Quinto si abortiva a tutte le ore. Si abortiva anche nei casi in cui la gravidanza era al di sotto del periodo che avrebbe consentito alla donna incinta di andare tranquillamente in una struttura pubblica. Ma al “dottor Prince”, un sedicente medico nigeriano di 40 anni, che viveva in affitto nella villetta degli orrori a Quinto, si rivolgevano donne incinta straniere, senza permesso di soggiorno o prostitute, che per ignoranza oppure per timore di incorrere nelle sanzioni della legge italiana preferivano rivolgersi alla clinica “abusiva”. La polizia l’ha scoperta lo scorso fine settimana. In quella villetta gli agenti cercavano droga, in realtà hanno trovato una clinica per aborti clandestini.

Un secchio d’acqua per sterilizzare i ferri chirurgici, una credenza come deposito dei “ferri del mestiere”, il soggiorno di casa, con al centro un lettino, adibito a sala operatoria. E una donna seminuda, sdraiata nel lettino, con accanto un secchio d’acqua con siringa e cannule di plastica, gli inconfondibili strumenti usati per l’interruzione di gravidanza. È questa la scena di fronte alla quale si sono presentati gli agenti della squadra mobile di Treviso.
La polizia era stata avvertita qualche giorno prima da alcuni residenti della zona che avevano segnalato uno strano via vai di gente, in particolare stranieri di colore, nell’abitazione di Quinto, dove vive un nigeriano di 40 anni, P.B., magazziniere in un’azienda della provincia di Venezia, da dieci anni in Italia con un regolare permesso di soggiorno e senza alcun precedente penale. Un personaggio ben inserito nel contesto sociale di cui, ufficialmente, tutti ignoravano il secondo lavoro. Gli agenti della questura hanno monitorato per qualche giorno la villetta con discrezione e sabato pomeriggio hanno atteso che due donne vi entrassero per mettere a segno il blitz antidroga.
Soltanto che, quando gli agenti della squadra mobile sono entrati nella casa in affitto dell’africano, hanno trovato nel soggiorno una nigeriana di 20 anni, residente a Bologna, seminuda e distesa sul lettino, con un asciugamano che le copriva le parti intime. Il “dottor Prince” non aveva ancora iniziato la sua opera. Nella casa sono stati trovati e sequestrati gli strumenti chirurgici usati dai medici per interrompere la gravidanza nelle sue varie fasi: fino all’ottava settimana, dall’ottava alla dodicesima e oltre. Un particolare che ha impressionato la polizia è stato il fatto che nella casa, durante la perquisizione, non è stata trovata traccia di disinfettanti né di pentole d’acqua calda sui fornelli a testimonianza delle precarie condizioni igieniche in cui venivano praticati gli aborti sulle “pazienti” con il grave rischio di contrarre infezioni.
Gli agenti hanno così accompagnato la giovane donna al pronto soccorso del Ca’ Foncello: era al di sotto dei tre mesi di gravidanza. Veniva da Bologna ed era stata accompagnata da un’amica. Da parte sua, il sedicente medico nigeriano è stato denunciato per esercizio abusivo della professione (s’è dichiarato laureato in medicina senza però produrre alcun documento) e tentativo d’interruzione di gravidanza (un reato per il quale si rischia fino a tre anni di reclusione).
Né il “dottor Prince” né la giovane ragazza che si stava sottoponendo all’aborto hanno collaborato con la polizia. Per il momento non si sa da quanto tempo operasse la clinica degli orrori né quanto guadagnasse il sedicente medico per praticare l’aborto clandestino. Nella sua abitazione non sono stati trovati elenchi di pazienti e questo è un fatto che non aiuterà sicuramente le indagini.
Secondo le prime ipotesi investigative alla clinica del “dottor Prince” si rivolgevano donne straniere non in regola con il permesso di soggiorno oppure prostitute che temevano di incappare nei guai della legge italiana se si fossero rivolte alle strutture pubbliche. «Le condizioni sanitarie in cui avvenivano gli aborti clandestini - ha spiegato il capo di gabinetto della questura Imma Benvenuto durante la conferenza stampa nella quale è stata affiancata dalla collega Lucia Tetto della squadra mobile - erano alquanto precarie. Non c’erano sterilizzatori ed il rischio d’infezioni per le pazienti era altissimo».
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