Mantoan si arrende e depone le armi Contratto rinnovato

VENEZIA. La riforma che sta cambiando i connotati della sanità veneta è cominciata con un litigio furioso tra Luca Zaia e Domenico Mantoan, durato un paio di mesi. Oggi il presidente nega infastidito: «Nessun contrasto. Mantoan ha la mia totale e piena fiducia, non a caso l’ho confermato con una delibera».
E’ bello sapere della ritrovata armonia. Con tutto il lavoro che c’è da fare, nessuno tifa per il contrario. Anche la smentita può starci: la delibera è di metà settembre, il litigio comincia subito dopo e va avanti fino al 15 dicembre, quando la tensione rientra e Mantoan firma il contratto.
Ma un baruffone tra il presidente eletto dal popolo e l’uomo da lui scelto per guidare il cambiamento, che nasce per divergenze sulle modalità di questo cambiamento ma si carica di altri motivi ogni giorno che passa, fino a sfiorare la rottura definitiva, è tutto meno che gossip.
Spigolosità di carattere di Mantoan, peraltro ben note. «Solo due istituzioni sono durate nel tempo», spiegò un giorno all’assessore regionale Camillo Cimenti, «la Chiesa e l’esercito». Parlava di sé, perché proviene dalla sanità militare. Era solo ufficiale di complemento ma ne ha fatto una filosofia di vita. Professionista bravo, ma accentratore insopportabile. Capace di trattare come caporali di giornata i due assessori cui fa riferimento, Luca Coletto e Manuela Lanzarin. Non parliamo dei consiglieri, vincono un terno al lotto se ottengono un appuntamento.
Questo il personaggio. Zaia è infastidito dal ruolo egemone che il suo direttore generale si è attribuito nell’Azienda Zero e seccato per le lamentele che gli arrivano. Ottobre, novembre, i due non si parlano neanche più. Il presidente prova a sbolognarlo all’Agenas, l’agenzia nazionale dei servizi sanitari, poi all’Aifa, l’agenzia del farmaco. Niente da fare. E licenziarlo? Balena anche questa ipotesi, ma con una delibera appena firmata che lo riconferma nell’incarico sarebbe un suicidio.
Tanto più che gli uffici gli hanno già inviato la bozza del nuovo contratto. Che l’interessato respinge al mittente, segnando le cifre che non gli vanno bene.
Il fascicolo è sul tavolo del segretario generale Luca Felletti, cui tocca applicare la delibera. Comincia un tiramolla, Felletti deve ricucire i rapporti compromessi facendo il giro delle sette chiese, finché anche il duro Mantoan si ammorbidisce e firma il contratto. Con un aumento di 1.081 euro lordi al mese, proprio male non gli è andata. E’ il 15 dicembre, la delibera appare sul Bur.
Pace fatta, o almeno armistizio. Zaia, Coletto e Mantoan si mettono a tavolino e varano la riforma dei direttori generali. Mantoan deve scendere dall’Azienda Zero, in cima alla quale si era issato, ma si rifà sui nomi. Patrizia Simionato, nuovo direttore dell’Istituto oncologico veneto, è sua stretta collaboratrice per le questioni del personale. Passa in tromba Giovanni Pavesi, promosso da Este a Vicenza, alla faccia del benservito che sembrava sul punto di ricevere da Luca Zaia dopo lo scandalo Mose.
Pavesi risultava socio in affari di Giancarlo Galan e altri nella Ihfl spa,società costituita secondo la procura per controllare la realizzazione del nuovo ospedale di Padova. Era obbligato all’esclusiva e aveva nascosto la partecipazione. Doppio conflitto d’interesse, procedimento disciplinare, atti spediti alla magistratura. «Il rapporto fiduciario con il presidente Zaia è minato», scrissero i giornali. Se mai lo fu, è stata la verità d’un momento.
Pavesi ha brillantemente superato l’esame, tanto in procura che a Palazzo Balbi. Non così Bortolo Simoni, dg di Asolo, anch’egli socio dell’Ihfl: la troika di Palazzo Balbi l’ha mandato a casa. Con un’altra decina di colleghi, perché bisognava pur scendere da 21 direttori a 9.
Tra i bocciati c’è Gino Gumirato, dg dell’Usl 13 Dolo-Mirano, che ha fatto parte di un gruppo internazionale di consulenti di Barack Obama, nientemeno, per riformare la sanità negli Usa. Chissà come l’hanno presa alla Casa Bianca. Confermato invece Adriano Rasi Caldogno, che è stato segretario generale per 15 anni al Balbi con Giancarlo Galan e poi l’aveva seguito a Roma al ministero.
A Padova Claudio Dario viene spostato dall’A.O. all’azienda unica, dopo che da tre anni lavorava per il nuovo ospedale. Nessuno ci vede una promozione. Al suo posto viene rimpatriato precipitosamente da Trento Luciano Flor, già direttore sanitario ai tempi di Adriano Cestrone, costretto a emigrare per contrasti con l’allora segretario alla sanità Giancarlo Ruscitti (gli aveva contestato un danno erariale con denuncia alla Corte dei Conti). Qui il collegamento vincente è con il mondo accademico, al quale Flor sacrifica tutto: lo stipendio (a Padova guadagnerà meno) e purtroppo anche la faccia (a Trento, dove l’avevano appena riconfermato con un premio di 38.000 euro, l’hanno presa malissimo e non lo mandano a dire).
Nel Veneto orientale il direttorio conferma Carlo Bramezza, a Bassano insedia Giorgio Roberti: il primo su pressioni del numero due di Zaia, Gianluca Forcolin, il secondo per una convergenza più vasta capitanata dall’assessora Elena Donazzan.
Così risulta a molti. Non a Luca Zaia, che respinge indignato: ragioni oggettive, dice, zero pressioni politiche. Bisogna credergli sulla parola, gli atti di fede non sono vietati.
Renzo Mazzaro
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