Capannoni scoperchiati per evitare l’Imu

CASALE DI SCODOSIA. Un tempo cuori pulsanti e frenetici dello sviluppo paesano, ora vecchi mausolei dell’economia decadente di un territorio. Musei della ricchezza che fu e che non potrà più venire, che dopo le violenze inflitte dalla crisi dell’ultimo decennio sono ora costretti allo sfregio estremo: quello di essere scoperchiati per diventare inagibili e ridurre il peso dell’Imu. È questa la triste sorte dei quasi duecento capannoni di Casale di Scodosia – ribattezzato “paese del tanko” ma soprattutto anima ormai spenta del distretto del legno della Sculdascia – che nell’ultimo decennio hanno dovuto chiudere i battenti. Non producono più ricchezza e non possono ambire al mercato immobiliare, eppure sono tassati come fossero aziende in piena attività: da qui la scelta degli imprenditori di abbattere le coperture per dimezzare l’imposta municipale unica. Il primo a farlo è stato uno degli imprenditori storici del paese, che racconta senza problemi la sua esperienza ma che chiede di non essere nominato, quasi come se quella perpetrata alla sua azienda fosse una “violenza” di cui vergognarsi.
La sua azienda è nata negli anni ’70 e incarna il modello di sviluppo tipico di un mobilificio di Casale. Nato dall’intraprendenza di un giovane falegname, capace di passare dal piccolo capannoncino di 300 mq ad uno di 600, quindi costretto a costruire un altro stabile di 1.000 mq per accogliere i nuovi dipendenti (11 in tutto) e rispondere alle richieste di un settore che nei tempi d’oro ha garantito fatturati di milioni di euro l’anno. Per adempiere agli obblighi di legge l’imprenditore ha dovuto costruire anche una propria centrale elettrica. Poi il passaggio di testimone al figlio, l’arrivo della crisi, il tramonto del mobile in stile, i costi che superano drasticamente le entrate e la chiusura forzata – due anni fa – per non finire sul lastrico e salvare il salvabile. «Peccato che le leggi dello Stato e le tasse mi trattino ancora come un produttore in piena attività» spiega l’imprenditore «Pago tasse pur senza aver più guadagni. Su tutte l’Imu, che mi preleva almeno 4-5 mila euro l’anno. Nel 2013, tra errori e conguagli, ho dovuto sborsare 10.600 euro». Da qui la scelta di decapitare la propria storia imprenditoriale: «Il capannone non funziona più, nemmeno da magazzino visto che le sedie che producevo le ho bruciate, né c’è possibilità di venderlo» continua il mobiliere «Ho così deciso di abbattere la copertura e di scoperchiare lo stabile da 600 mq: in questo modo la struttura diventa inagibile e l’Imu si dimezza. A forza di tasse rischio di mangiarmi definitivamente quello che sono riuscito a mettere via in quarant’anni di lavoro».
Scoperchiare una fabbrica non vuol soltanto dire ridurre una tassa, ma anche rinunciare per sempre ad un bene che diventa inagibile e inutilizzabile: «Che me ne faccio di queste mura? Quello che potevo fare, ossia vendere – anzi svendere – tutti i macchinari, l’ho fatto» confessa l’imprenditore, visibilmente commosso anche solo nel mettere piede oltre l’ingresso della sua ormai ex fabbrica «So che questo è un passo da cui non potrò più tornare indietro, ma bisogna farsi forza e vincere nostalgie e affetti per sopravvivere».
E pian piano il suo piccolo impero si smonta pezzo per pezzo: «L’altro capannone da 1.000 mq ospita ancora qualche mobile: giusto il tempo di liberarmene e scoperchio pure quello».
Il mobiliere è solo il primo dei tanti a scegliere questa strada: a Casale, negli anni Novanta, lavoravano oltre 400 aziende del mobile e la crisi si è mangiata almeno il 40% di queste attività. In molti si sono già informati presso gli uffici comunali sulla prassi da seguire per abbattere le coperture e dimezzare l’Imu: la pratica, infatti, necessita di un permesso edilizio. Nessuna conferma sulle richieste depositate, ma in molti ci stanno pensando e la lista entro fine anno potrebbe essere lunga. Qualcuno l’ha già fatto “abusivamente”prima di presentare domanda. D’altro canto basta farsi un giro in zona industriale – la stessa dove i secessionisti costruivano il tanko – per toccare con mano la desolazione dell’economia locale e contare decine di capannoni abbandonati. Vasi di Pandora che, una volta scoperchiati, disperdono per sempre decenni di tradizione e sudore.
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