Condannato all’ergastolo la Corte d’Appello ribalta il verdetto: è libero
VENEZIA
Un unico indizio: il telefonino di un sospettato, forse l’unico, che aggancia la cella telefonica a due passi dalla casa del morto ammazzato. Tanto basta per finire dietro le sbarre con l’accusa di omicidio volontario. E per vedere svanire ogni speranza di libertà con la condanna “al fine pena mai”. Dopo tre anni di detenzione preventiva – almeno così si chiama la reclusione prima che la sentenza sia definitiva – la riconquistata libertà con un’assoluzione che azzera quell’ergastolo. E restituisce un’unica certezza: in giro c’è ancora un assassino impunito. E “dentro”, per tre anni, c’è stato un innocente (condannato a 2 anni e 3 mesi solo per spaccio). Chissà chi avrà dormito sonni più tranquilli l’altra notte, all’indomani della pronuncia della Corte d’assise d’appello di Venezia che ha assolto “per non aver commesso il fatto” Fabio Terracciano, 45 anni, modesto fabbro di provincia (è veronese di Lazise), un’esistenza un po’ in bilico per quel vizietto di tirare cocaina e di comprarla (e rivenderla) alla cerchia di compagni di merende. Chissà se sarà stato più sollevato quell’artigiano che moltiplicava piccoli debiti per droga pure con quel morto ammazzato – il 60enne Romano Perantoni, spacciatore finito con la testa fracassata nella sua casa di Pastrengo il 12 settembre 2015 – oppure i magistrati che hanno chiesto la sua condanna a vita e lo hanno spedito dietro le sbarre, colpa di quell’unico indizio. Alchimie processuali. Alchimie insondabili quando manca – molto spesso, anzi quasi sempre – la prova regina. E, allora, per condannare un imputato gli indizi devono essere «gravi, univoci e concordanti» come hanno ricordato i difensori, il penalista padovano Carlo Augenti arrivato in supporto del collega Gianluca Vassanelli nel giudizio di secondo grado. Difensori convincenti se, in aula, anche il sostituto procuratore generale Giovanni Valmassoi ha chiesto di azzerare l’ergastolo inflitto in primo grado dalla Corte d’assise di Verona. E ha reclamato l’assoluzione. Certo, richiamandosi all’articolo del codice di procedura penale che la impone quando la prova manca, è contraddittoria o insufficiente. Ma pur sempre rammentando che non c’era nessun elemento per arrivare a un giudizio di responsabilità. E con la vita (e la libertà) non si scherza. —
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