I cinesi? Sempre più lavorano per i veneti che li pagano meglio e rispettano i contratti

Veneto Lavoro: universo di 34 mila immigrati in evoluzione «Nel settore confezioni il 96 per cento delle assunzioni»
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VENEZIA. I cinesi di seconda generazione, figli di chi ha messo su ristoranti e laboratori con fatica e grande rispetto per la famiglia d’origine, nonni e parenti che hanno messo i soldi per farli venire in Italia, puntano a studiare e a laurearsi, ma soprattutto vogliono “smarcarsi” dai connazionali e lavorare per titolari italiani, che ritengono più affidabili e rispettosi dei ritmi di lavoro, rompendo il patto di lealtà tra imprenditori e dipendenti cinesi che ha segnato la vita dei loro genitori.

«La seconda generazione preferisce uscire dalla nicchia etnica del mercato del lavoro impostata dai genitori, perché ritengono che i titolari italiani forniscano condizioni migliori», conferma Maurizio Rasera, ricercatore di Veneto Lavoro, che ha curato assieme a Devi Sacchetto, docente di Sociologia del lavoro nell’ateneo padovano, la ricerca: “Cinèsi tra le maglie del lavoro”, pubblicata da Franco Angeli. «Un’evoluzione iniziata qualche anno fa – precisa Sacchetto - visto che un terzo dei lavoratori cinesi era impiegato da titolari italiani fino all’arrivo della crisi, nel 2008, quando il 20% di loro è tornato a lavorare per titolari cinesi: una sorta di delocalizzazione di prossimità».



Dalla ricerca, che Veneto Lavoro ha redatto in collaborazione con le Università di Padova e Venezia, emerge anche che la comunità cinese, rapidissima nei movimenti geografici (“Cinèsi” in greco significa movimento) così come nella mobilità lavorativa, nel mutamento della condizione professionale da dipendenti ad autonomi e nella scelta della settorialità professionale, assume connazionali con contratti a tempo indeterminato, perché i rapporti personali travalicano quelli di lavoro. Moltissimi contratti sono part time, hanno modalità flessibili ai cambiamenti del mercato e adatte a reggere la crisi economica meglio dei veneti. «Certo, è una flessibilità opaca – ammette Rasera - ma consente meccanismi duttili, simili a quelli dei veneti che lavoravano per le grandi aziende tessili e avevano il telaio in cantina, e il sogno di mettersi per conto proprio nel cassetto».



Negli anni della crisi, dal 2008 in poi, le imprese venete sono diminuite del 4%, mentre quelle a titolarità cinese sono cresciute del 20%; a fronte di una perdita di oltre 11mila posizioni di lavoro “italiane”, l’occupazione cinese è cresciuta di quasi 2mila unità (+38%). In Veneto, dove l’insediamento cinese asseconda le maglie produttive, si contano 34mila presenze cinesi, oltre il 12% del totale Italia; una presenza giovane: quasi la metà hanno meno di 30 anni. La maggior concentrazione di imprese cinesi si rileva nel settore del tessile abbigliamento: nel 2014 erano 1.146 su un totale di 4.070 attive in regione. «In realtà negli ultimi anni in Veneto la presenza cinese, sia imprenditoriale che dipendente, si concentra nelle confezioni più che nel tessile - precisa Sacchetto - un settore al quale è attribuibile il 96 per cento delle assunzioni, con saldi occupazionali molto positivi».



Tra le province è Treviso quella con la maggiore presenza cinese, 8.400 unità, seguita da Padova con 8 mila (settima e ottava provincia in Italia) e Rovigo, oltre al caso di Lozzo di Cadore, nel Bellunese, dove l’incidenza dei cinesi sul totale degli stranieri (57%) è in ascesa grazie all’impiego nell’occhialeria. Una comunità che dimostra grande capacità di lavoro e sacrificio, ma anche volontà di integrazione, pur mantenendo un forte legame con il paese d’origine. —


 

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