Il declino dei venetisti: partito affondato in trentacinque anni di baruffe e soffocato dalla Lega

VENEZIA Come è triste San Marco. Per l’undicesima volta consecutiva da mezzo secolo a questa parte, nelle urne regionali la voce dei venetisti, così forte di decibel alla vigilia, alla prova delle urne si è trasformata in un flebile sussurro. L’unico seggio conquistato è frutto della decisione di una delle liste in gara di schierarsi con la task-force di Zaia, peraltro da semplice reggicoda.
Ma il fallimento più clamoroso è quello del Partito dei Veneti, che alla vigilia si era presentato con grandi ambizioni, proclamando di essere finalmente riuscito a mettere insieme componenti diverse della rissosa galassia venetista, sul modello Sudtiroler Volkspartei: ha raggranellato un miserando un per cento, e meno di 20 mila voti. «Saremo il vascello corsaro a Roma», aveva annunciato prima del voto. Dal quale è uscito in realtà ridotto a sgangherato pedalò.
La tabella che proponiamo fotografa con l’implacabile evidenza dei numeri la storia di un ininterrotto fallimento. In cinquant’anni di voto per la Regione, le forze dichiaratamente venetiste e alternative alla Liga-Lega hanno racimolato sei seggi in tutto, viaggiando regolarmente su percentuali da cabina telefonica. Con una sola significativa eccezione: il progetto Nordest di Giorgio Panto, che nel 2005 riuscì a superare la soglia dei 100 mila voti e una percentuale del cinque, portando a casa due seggi; ma durò la meteora di una legislatura. Troppo schiacciante la presenza di un leghismo egemone.

È una storia che parte di fatto da metà anni Ottanta, perché la Liga fa il suo esordio elettorale con le politiche del 1983, e si presenta per la prima volta in Regione nel 1985, fermandosi sotto il 4 per cento e ottenendo due seggi. Ma il trionfale esordio con l’ingresso a sorpresa in Parlamento è già stato avvelenato dalla sequenza di litigi e contrasti interni sotto la gestione da padre-padrone di Franco Rocchetta: a quelle elezioni si presenta anche una lista alternativa, la Liga Veneta Serenissima, che tuttavia raccoglie solo briciole.
La volta successiva, i dissidi interni producono un effetto più consistente: dall’ennesima spaccatura nasce l’Union del Popolo Veneto, che ottiene un seggio con Ettore Beggiato; sarà una delle poche volte. Nel 1995 fa fiasco la Lega Autonomia Veneta promossa dall’ex sindaco di Venezia Mario Rigo, che rimane a bocca asciutta malgrado sfiori il 3 per cento.

Da lì in avanti l’offerta venetista comincia a differenziarsi, ma l’esito rimane comunque nullo. Nel 2005 corrono i Veneti d’Europa e il Fronte Marco Polo, che insieme si avvicinano al 4 per cento, ma separati non prendono seggi. Sono ben quattro le liste venetiste del 2010, prime dell’era Zaia: una sommatoria di debolezze, che insieme sta poco sopra il due per cento.
E si arriva addirittura a cinque la volta successiva, nel 2015, una delle poche in cui qualche briciola arriva: Indipendenza Noi Veneti sta poco sotto il tre per cento e incassa un seggio. Gli altri rimangono a digiuno: inclusa una lista “Razza Piave” che si ispira al fiume sacro alla Patria ma in realtà risulta un modesto rivolo dello 0,2 per cento. Infine, le elezioni di domenica scorsa in cui, alla voce “Partito dei Veneti”, il termine “partito” sta per aggettivo anziché per sostantivo. Partito, e non pervenuto.
È l’ennesimo, fallimentare capitolo di un’odissea autonomista che si trascina da decenni senza riuscire a produrre risultati concreti, e con tanti tumultuosi capitoli: il più famoso dei quali rimane quello dell’assalto dei Serenissimi al campanile di San Marco, nel maggio 1997, duecentesimo anniversario della fine della Repubblica di Venezia.
Ma già prima c’erano stati episodi minori, ma al limite della farsa. Come l’Armata Dolomitica Indipendentistica, che nel 1979 dalle montagne del Bellunese aveva proclamato la nascita di una Nazione Dolomitica, minacciando pure attentati puntualmente rimasti di carta.
Come l’Unità Popolare Veneta degli anni Novanta che si richiamava tra gli altri perfino a Che Guevara e ai baschi di Batasuna. Come la joint-venture veneto-olandese dello Stato Veneto-Nederland, che aveva annunciato il proposito di aprire un’ambasciata ad Amsterdam, della quale peraltro non si è mai avuta notizia.

È stato un buco nell’acqua anche quando i venetisti hanno provato a farsele da soli, le urne. Come nel 2009, quando sono state indette le “libere elezioni del popolo veneto” estese alla Lombardia: il candidato più votato ottenne 196 preferenze, che peraltro gli bastarono per autoproclamarsi “capo del governo del popolo veneto”.
O come nel 2014, quando un ciarlatano qualsiasi proclamò di aver ottenuto via internet l’adesione di due milioni e mezzo di veneti per l’indipendenza della regione, e l’anno successivo non riuscì neppure a racimolare le poche migliaia di firme per presentarsi alle elezioni. In definitiva, ne esce il quadro di una sostanziale impotenza, specchio di una diaspora esasperata che non riesce a raggiungere la massa critica per contare davvero, malgrado le decine di tentativi. Le ragioni sono tante e diverse.
Ma al fondo, la più concreta rimane desolatamente quella formulata quasi un secolo e mezzo fa da un fervente sostenitore della causa autonomista, il trevigiano Piergiovanni Mozzetti: il quale in uno suo scritto prendeva amaramente atto che nella partita con Roma il Veneto sarebbe stato regolarmente sconfitto non solo e non tanto per le resistenze centralistiche, ma per le “barufe in famégia” interne, eredi della commedia goldoniana delle “barufe ciozòte”. Il guaio è che magari, per non pochi venetisti di oggi, Mozzetti rischia di essere al massimo il nome di una birra. —
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