Lega: se cade Treviso saranno chieste le dimissioni di Tosi

VENEZIA. Il voto dei trevigiani chiamati al ballottaggio, domenica e lunedì, non sancirà soltanto il destino politico di Giancarlo Gentilini ma anche quello di Flavio Tosi, il segretario della Lega veneta. Treviso, più che una roccaforte, è un simbolo della causa "padana" e la sua caduta - dopo i recenti e ripetuti tonfi elettorali - segnerebbe l'avvio di una resa dei conti definitiva. A fronteggiarsi, al di là dei personalismi e degli schiamazzi, sono due concezioni del partito difficilmente conciliabili. Il sindaco di Verona, che peraltro si è battuto con convinzione a sostegno dello Sceriffo, è convinto che gli scandali di via Bellerio e l’emergere prepotente del fenomeno a 5 Stelle abbiano segnato l’epilogo del leghismo bossiano fondato sulla protesta anti-Stato e sulla supremazia nel territorio figlia della diversità. Tosi guarda alla Lega come a un soggetto, non esclusivo né egemone, che partecipa a una coalizione di centrodestra al pari di altre forze liberali, cattoliche, civiche e indipendenti. La Balena verde sul modello Verona, sì, sperimentata di recente in tre Comuni della provincia scaligera dove la Lista Tosi - distinta da quella leghista - ha riscosso buoni risultati. Sull’altro versante, viceversa, c’è la convinzione che abbandonare le idee-forza delle origini - ribellismo al potere statalista, voce grossa su immigrazione e criminalità, dura polemica verso il Governo di Roma - equivalga a snaturare l’identità stessa del leghismo.
Certo, affiorano anche ragioni meno nobili. La successione tosiana a Gian Paolo Gobbo (mai così rimpianto dai bossiani) si è tradotta in uno spoil system che ha investito anzitutto le poltrone parlamentari, con l’esclusione in blocco dei veterani (trevigiani in primis) dalle candidature. Per non parlare delle federazioni commissariate e della raffica di espulsioni che ha colpito i dissidenti, difesi apertamente da Umberto Bossi che non perde occasione per attaccare il rivale veronese. Ma, più di tutto, pesano il declino elettorale e la fuga dei militanti: «Stanno distruggendo un patrimonio di consensi, ieri eravamo la prima forza in Veneto, domani rischiamo di diventare marginali», il ritornello più diffuso.
Che fare allora? Tosi gode del sostegno di Roberto Maroni, che l’ha nominato suo vice insieme a Matteo Salvini, ma la partita si gioca qui, non in Lombardia: dubbi e ripensamenti emergono nella stessa corrente maroniana mentre i “lealisti” che guardano a Luca Zaia come nuovo leader si preparano a sferrare l’attacco. Il piano è quello di sfiduciare Tosi attraverso una richiesta di dimissioni firmata da centinaia di militanti. Bocche cucite sui dettagli ma sono numerosi i veterani che ritengono urgente e indispensabile un cambio di marcia. Tra questi, Toni Da Re (Treviso), Roberto Marcato (Padova), Antonello Contiero (Rovigo) e Gianpaolo Bottacin (Belluno) che, pur evitando strappi al codice di condotta interno, sono diventati i punti di riferimento dello scontento.
C’è un testimone di pietra nella vicenda ed è il governatore Zaia. Più volte evocato dagli anti-tosiani, finora ha evitato lo scontro diretto con il rivale e ha sempre ribadito la volontà di dedicarsi esclusivamente alla Regione, rifiutando ogni carica di partito. Molti tra i suoi seguaci gli rimproverano ancora di non aver sostenuto Massimo Bitonci nella corsa congressuale, agevolando così il successo tosiano, e dopo il voto di Treviso gli chiederanno di assumere il timone della Lega: «Ma sarà l’ultima volta», fanno sapere «Luca è una risorsa ma neppure lui è indispensabile».
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