Marika e le tre rose rosse da chi ha ricevuto gli organi del marito morto
Bellunato: «Ho scritto delle lettere anonime ai riceventi, tramite i centri trapianto, nel rispetto della legge. Vorrei conoscerli»

Una lettera anonima e tre rose rosse destinate a non appassire. Fino a pochi giorni fa, Marika Bellunato non aveva mai ricevuto alcun segno dalle sette persone che sono rimaste ancorate alla vita grazie alla donazione di suo marito Giovanni. «È finalmente successo», racconta, «è confortante sapere che continui a generare vita anche se non c’è più».
Cosa è successo a suo marito?
«La sera del 30 gennaio 2023 Giovanni era tornato a casa prima di me. Quando sono rientrata, abbiamo cenato assieme come eravamo soliti fare. Ma c’era qualcosa di strano: era stanco e inspiegabilmente giù di morale. Quando ci siamo distesi, ha smesso di rispondere. Si è limitato a dirmi che sarebbe sceso a bere un sorso d’acqua, ma non è mai arrivato in cucina. Abbiamo chiamato i soccorsi e lo hanno portato immediatamente in ospedale. Ci hanno detto che si trattava di un aneurisma e che le speranze non erano molte, ma non volevo crederci. Giovanni è rimasto ricoverato una settimana in terapia intensiva e, la domenica sera, i medici mi hanno dovuto comunicare che se l’elettroencefalogramma del giorno successivo non avesse mostrato segni di attività cerebrale, avrebbero dichiarato la morte cerebrale. Così è stato: era il 6 febbraio 2023».
Giovanni aveva mai espresso la volontà di donare?
«Non amava parlare di certe cose. Era attaccatissimo alla vita. Quel lunedì, insieme ai suoi fratelli arrivati dalla Calabria, abbiamo deciso di donare i suoi organi. In quel momento ero spaventata: avevo paura che potessero fargli del male. Ma alla fine ho compreso che era la scelta giusta».
Ha mai avuto la curiosità di conoscere i riceventi?
«Sì, ce l’ho tutt’ora. Ho scritto delle lettere anonime ai riceventi, tramite i centri trapianto, nel rispetto della legge. La settimana scorsa qualcuno mi ha risposto e mi ha mandato tre rose rosse finte. È stato un sollievo perché almeno così so che Giovanni continua a far del bene anche dopo la sua morte. Il simbolo tangibile di un legame che non si spezza, di un amore che continua a generare vita».
Cosa ne pensa dell’anonimato?
«Spero che la legge possa essere cambiata, per i familiari dei donatori sarebbe d’aiuto. Certo, ci sono persone che ritengono sia meglio mantenere l’anonimato. Ma un contatto, anche minimo, potrebbe fare la differenza. Se dovessi mai incontrare uno dei riceventi, vorrei chiedergli se ogni tanto rivolge un pensiero a Giovanni. Vorrei conoscerne almeno uno, magari proprio colui che ha ricevuto il suo cuore. Vorrei poter sentire quel battito ancora una volta».
Non avrebbe paura?
«Ormai non ho più paura: Giovanni mi ha fortificato. Dopo la sua scomparsa sono diventata ancora più forte». —
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