Nel Veneto 37 centri islamicinel mirino della Lega

Sono 37 i centri islamici in Veneto. Luoghi di culto su cui il ministro dell’Interno Roberto Maroni punta l’indice, perché sospettati di essere «centri di diffusione di terrorismo». Il problema è particolarmente caldo a Padova, dov'è in programma la realizzazione di un centro in via Longhin
La nuova guerra di religione contro le moschee si combatterà anche nel Veneto. Sono 37 i centri islamici nella nostra regione. Moschee su cui il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, punta l’indice, perché sospettati di essere «non solo centri di preghiera, ma anche di diffusione di terrorismo», appoggiando la proposta di moratoria che impedisca la realizzazione di nuovi edifici e centri culturali islamici. Moratoria fatta propria ieri anche dal ministro delle Riforme, Umberto Bossi, che sulla questione taglia corto: «Non costruiamone altre».


Una posizione dalla quale ha preso le distanze anche il Vaticano, per bocca del presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura mons. Gianfranco Ravasi. La Santa Sede sembra invece condividere con Maroni la preoccupazione che i luoghi sacri musulmani possano trasformarsi in centri per altre attività, tanto che Ravasi ha esplicitamente evocato - parlando con i giornalisti ai margini di un convegno interreligioso - la necessità "di un controllo da parte dello Stato".


Contro il diktat di Bossi si scagliano invece violentemente gli imam delle comunità presenti in regione, che difendono la libertà di culto che questi centri di fatto rendono possibile. In Veneto le moschee più grandi si trovano a Vicenza e a Verona, ma la maggior parte sono diffuse nei piccoli centri di provincia, in ex-garage e capannoni adibiti a luoghi di ritrovo.


I responsabili più che moschee preferiscono chiamarli «Centri culturali islamici». Sono i punti di riferimento spirituali e sociali dei quasi 150 mila musulmani del Veneto, sorti di pari passo con la diffusione dei flussi migratori dai paesi ad alta presenza islamica, soprattutto quelli del Maghreb (algerini, tunisini e marocchini) ma anche dai Blacani, da Senegal, Bangladesh e Pakistan, e pure dalla Nigeria e dal Ghana.


I centri culturali sono sorti in primo luogo in provincia, dove gli immigrati di prima generazione avevano trovato lavoro. Si tratta per lo più di garage dismessi, vecchi magazzini, capannoni o appartamenti acquistati o affittati dagli stranieri per riunirsi la sera dopo il lavoro, per le quattro o cinque preghiere della giornata, oppure per i periodi «sacri» come il Ramadan. Possono contenere in genere dalle 60 alle 100 persone. Ben altra cosa sono le moschee più grandi come quella di Vicenza o di Verona, capaci di accogliere anche 400-500 persone. Nel capoluogo vicentino è un ex-capannone ristrutturato di recente, non con le fattezze architettoniche della moschea, dove si svolgono attività a cui partecipano ragazzi italiani e immigrati o corsi di lingua per il doposcuola. Lo stesso vale per quello di Verona. Si tratta di luoghi nati quando la comunità ha sentito l’esigenza di trovare luoghi più capienti. Non senza scatenare reazioni locali: la proposta della Lega di una moratoria per impedire la costruzione di nuovi centri, all’indomani dell’arresto di due marocchini intercettati mentre accarezzavano l’idea di fare attentati a Milano, è solo l’ultimo capitolo dello scontro Lega-Islam, che in regione conta diversi episodi. Non ultimo la provocazione di un gruppo di attivisti del Carroccio padovano, che a novembre dello scorso anno aveva fatto passeggiare un maiale nelle vicinanze di un casolare dove dovrebbe trasferirsi la moschea di via Anelli.


Per non parlare di Treviso, dove la comunità islamica, dopo essere stata sfrattata dalla sede di Villorba e anche dall’oratorio di Paderno di Ponzano dove avevano trovato rifugio, è costretta a pregare nei parcheggi. Gli imam parlano di «lesione del diritto della libertà di culto». La Lega invece parla di «centri sospetti». La Cei ieri ha ribadito «la necessità di garantire che i musulmani presenti nel nostro Paese possano coltivare la loro religione in modo appropriato», mentre il ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi parla di «rischio infiltrazioni nei centri dell’Ucoi, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia». La stagione calda sul fronte Islam sembra solo agli inizi.

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