PADOVA"Mio figlio nato grazie a papa Wojtyla"Il caso finisce in Vaticano
Alla quindicesima settimana di gestazione la diagnosi impietosa dei medici: membrana amniotica rotta, nessuna speranza. Ma cinque mesi dopo quel bambino è nato. Nei momenti più difficili la mamma stringeva tra le mani un’immagine del Papa polacco. Nessun medico è stato in grado di dare una spiegazione scientifica. In queste settimane si stanno mettendo insieme i tasselli della vicenda, destinazione Santa Sede

PADOVA. Alla quindicesima settimana di gestazione lo avevano dato per spacciato. Una diagnosi impietosa. Ma cinque mesi dopo quel bambino è nato, vivo e sano. Mamma e papà sono passati dalla disperazione più grande ad un’incontenibile gioia. «Per chi ci crede i miracoli esistono», hanno sussurrato i medici ai genitori increduli. Erano le 12.31 del 5 aprile 2006 quando il bimbo è venuto alla luce nella Divisione ostetrica dell’azienda ospedaliera. Una storia scientificamente inspiegabile, destinata forse ad entrare solo nella letteratura medica.
Una storia che oggi torna alla ribalta, questa volta però alla parola «miracolo» viene affiancata la figura di papa Wojtyla, il pontefice polacco morto il 2 aprile 2005. In queste settimane si stanno mettendo insieme i tasselli della vicenda, destinazione Santa Sede. L’evento straordinario vissuto da mamma Elisabetta, oggi trentacinquenne, da mesi passa di bocca in bocca nell’ambiente ecclesiastico, al punto che è stato raccolto dalla televisione nazionale tedesca Zdf. Alla fine del 2009 una troupe è sbarcata in via Giustiniani per filmare i luoghi e raccogliere testimonianze.
Poi il silenzio. Tuttavia, lontano dai clamori, il racconto prende forma nonostante i suoi contorni restino sfumati. Conferme non se ne trovano. Ma c’è una traccia, il racconto della mamma: «Nessun medico è stato in grado di dare una spiegazione scientifica alla cosa. Tutti, compreso il primario, si sono mostrati interdetti, meravigliati. Il mio ginecologo mi ha chiaramente confessato di non aver mai visto accadere questo in tutta la sua carriera. Io guardo il Cielo e strizzo l’occhio a chi, per un motivo che non conosco, ha accolto le mie preghiere e quelle di tutte le persone che ci sono state vicine e alla fine ci ha ridato un figlio che pensavamo perso per sempre. E’ come averlo avuto due volte, come assistere ad una resurrezione».
Ma perché la scienza resta a bocca aperta di fronte a quanto accaduto in Divisione? La vicenda ha inizio l’1 novembre 2005. Strane perdite di liquido fanno correre Elisabetta, padovana, al pronto soccorso della casa di cura di Abano. L’indomani la diagnosi spietata: sacco amniotico rotto e progressiva perdita del liquido in una gravidanza instaurata da troppo poco tempo per tentare qualsiasi forma di intervento per salvare il feto. La mamma racconta: «Per il bambino non c’era alcuna speranza di sopravvivenza, in poco tempo il suo cuore avrebbe cessato di battere e si sarebbe dovuto procedere alla sua espulsione tramite parto abortivo». Per Elisabetta, dopo il trasferimento a Padova, inizia un calvario quotidiano, con continue ecografie: «Le ecografie sono per me un momento angosciante, vedo il mio bambino compresso nell’utero in assenza di liquido amniotico. E’ chiaro, dicono i medici, che la situazione in cui sta crescendo comprometterebbe il suo sviluppo fisico». I giorni passavano: liquido amniotico assente, battito cardiaco presente. «Piango per giorni -racconta- dal mattino appena mi sveglio alla sera quando si spengono le luci. Non reggo, non reggo più».
Poi, il 13 dicembre 2005, la fine di ogni sofferenza: la sorpresa dall’ecografia. «Entro, mi stendo, tiro su la maglietta, gel freddo sulla pancia. Non dico nulla. Mi giro, ma non vedo il solito grigio diffuso del mio utero. Il medico mi chiede il motivo del mio ricovero. Secondo lui è tutto a posto. Mi chiedo se è matto e gli dico che ho le membrane rotte da più di un mese. No, mi ribatte, qui vedo una situazione del tutto normale». Il sacco si era rimarginato. Incredibile: «Non riuscivo a parlare. Piangevo.
Per la prima volta di gioia. Nemmeno nei miei sogni avevo mai osato immaginare tutto questo. Chiamo mio marito, scoppio di gioia. Lui non riesce a crederci, è stordito. Ci commuoviamo accarezzando la pancia, il nostro bambino, il nostro miracolo». Il 5 aprile nascerà un bimbo di poco meno di tre chili per 48 centimetri di lunghezza. Una nascita miracolosa nella Divisione ostetrica della professoressa Minucci solo per mamma e papà?
Chissà. Nei momenti più difficili Elisabetta stringeva tra le mani un’immagine del papa polacco. L’azienda ospedaliera, che conosce benissimo la vicenda, ammette che di quanto è accaduto alla donna non esista nemmeno casistica: pressoché impossibile che in caso di Prom (rottura precoce delle membrane) ci sia un ripristino naturale del sacco amniotico.
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