Pedrocchi, lo Stabilimento violato a causa dell’assenza di un progetto culturale
Torniamo a riflettere sul pubblico dibattito innescato dal “mattino” in questi ultimi dieci giorni. La logica non può essere quella dell’affittacamere: alla scadenza il contratto è da ripensare

Che cosa ci insegna la vicenda del Caffè Pedrocchi, ridotto a indegno bazar da una gestione insipiente e da una assai carente vigilanza da parte del Comune di Padova, che dello Stabilimento è proprietario?
Prima di tornare a ragionare su una partita di generale pubblico interesse qual è il Pedrocchi, luogo identitario per eccellenza di Padova, capolavoro dell’architettura ottocentesca europea, simbolo del connubio possibile fra cultura e impresa, desideriamo ringraziare il sindaco di Padova, Sergio Giordani.
Perché nella lettera che pubblichiamo su queste pagine il sindaco dichiara consapevolezza rispetto al grave declino gestionale maturato allo Stabilimento negli ultimi anni e, soprattutto, perché indica la necessità di intraprendere rapide correzioni di storture che sviliscono il Pedrocchi e con esso la città intera.
Torniamo a riflettere dunque sul pubblico dibattito innescato dal “mattino” in questi ultimi dieci giorni.
La prima osservazione riguarda l’affezione dichiarata da centinaia e centinaia di persone, padovane e non, rispetto a un luogo unico in Europa. Non vi è altro Caffè più sontuoso e monumentale nel Vecchio Continente.
Ma d’altra parte le centinaia di lettere e messaggi che abbiamo ricevuto testimoniano anche una speciale relazione autenticamente di popolo.
La seconda nota riguarda l’amministrazione comunale. Manca totalmente un progetto culturale per lo Stabilimento, inteso come salvaguardia in primis, ma anche quanto alla capacità di considerare il Pedrocchi - le sale del piano nobile - come luogo principe per iniziative di alto profilo culturale. Non intendiamo eventi spot, ma un programma degno del nome e non con la logica dell’affittacamere.
La terza considerazione riguarda il rapporto contrattuale fra proprietario (Comune di Padova) e gestore (F&De Group). Il proprietario ha impostato un contratto tutto teso alla massimizzazione del profitto, il gestore ha garantito un canone importante e il 12% sugli utili cosicché spreme lo Stabilimento oltre ogni dire riducendolo a vergognoso showroom di qualsivoglia attività commerciale. Uno spettacolo indecente. Alla scadenza il contratto dovrebbe essere ripensato radicalmente.
La quarta nota torna al gestore: dimostra nei fatti la propria totale inadeguatezza rispetto alla consapevolezza del luogo in cui opera.
Non servono altre dimostrazioni al riguardo: forse anche l’assessore comunale alla Cultura, Andrea Colasio, dopo le inequivocabili devastazioni emerse 5-6 anni fa, dovrebbe riflettere sul fatto che il gestore andava vigilato costantemente e andava fatta valere senza remora alcuna la convenzione d’uso che regola i rapporti fra proprietario, gestore e sovrintendenza. Come consentire, per esempio, che in una delle sale affrescate al piano nobile fosse installato un ufficio del gestore?
Il quinto e finale aspetto riguarda il cantiere di restauro, che attende da vari anni e nonostante la disponibilità a finanziarlo da parte di Alessandro Banzato con 820 mila euro. Un investimento che pretende e sottolinea la necessità di non derogare poi da regole di corretto uso dello Stabilimento.
Da ultimo ma non per ultimo, torniamo ai ringraziamenti: perché attorno al bistrattato nostro Caffè jappelliano abbiamo assistito a una autentica mobilitazione, da parte di comuni cittadini così come di docenti del Bo, ex sindaci, operatori della cultura, uomini di impresa e rappresentanti di categoria.
E l’amministrazione comunale, per bocca del sindaco Giordani, sa cogliere la necessità di intervenire per salvaguardare uno dei simboli della città. Segno evidente e confortante che Padova sa correre le buone battaglie.
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