Quei colpi al Dakota Building che uccisero John Lennon e la giovinezza dell’Occidente

Quarant'anni fa il dramma a New York. Lui era il rock e il posto da cui scaturiva, era il bisogno di andare oltre i “Sixties”. In tanti ricordano esattamente come appresero la notizia: perché era storia. Porti e working class, da LIverpool a Marghera

Mark Chapman, quel maledetto fucked murderer, sparò cinque colpi con una Charter Arms. 38 Special a John Lennon, nell’ingresso del Dakota Building, a due passi da Central Park, dove l’ex leader dei Beatles viveva con Yoko Ono e il loro figlioletto Sean, alle 22.53. Raggiunto da quattro di quei colpi, John morì alle 23.07, ora di New York, dell’8 dicembre 1980, che da noi era già la mattina del 9 dicembre. Siamo in tanti, immagino, a ricordare esattamente dove fossimo quando l’abbiamo saputo.

New York, Lady Gaga si reca al memoriale allo 'Strawberry Fields' il memoriale di John Lennon al Central Park
New York, Lady Gaga si reca al memoriale allo 'Strawberry Fields' il memoriale di John Lennon al Central Park

Una canzone nella testa

Quella mattina ero in treno e leggevo un articolo sui Led Zeppelin, uno dei miei gruppi preferiti. Si erano appena sciolti, dopo la morte di John Bonham, uno dei più grandi batteristi della storia del rock. C’era un po’ di neve, o forse era brina, sulle campagne gelide solcate dal treno. Andavo a Milano a un seminario, a casa di Franco Fortini, il grande intellettuale e critico letterario, che aveva accettato di tenerlo per noi giovani redattori della rivista Linea d’Ombra.

L’argomento era uno dei più bei racconti russi del ’900, Mogano di Boris Pilnjak, oggetto dell’analisi testuale ma anche pretesto per spaziare, filtrati dal racconto, sui nodi di quel secolo che sembrava smanioso di arrivare veloce al Duemila, ma intanto restava imprigionato in guerre fredde globali e in guerre combattute locali, in angosce nucleari, ferite all’ambiente e all’atmosfera, e ricorrenti illusioni e accensioni pacifiste e progressiste.

Il corpo senza vita di John Lennon viene portato via
Il corpo senza vita di John Lennon viene portato via

Sono sicuro di aver poi pensato a John Lennon perché, per qualche ragione, mi misi a canticchiare mentalmente Woman, contenuta nell’album Double Fantasy, che aveva appena pubblicato con Yoko Ono. Woman era diversa dalle altre canzoni d’amore fino ad allora incise da Lennon da solo o con i Beatles.

Era una canzone d’amore adulto, come pochissime altre prima e anche dopo, nel mondo del rock, un brano in cui Lennon si mette a nudo e si abbandona al sentimento ma sente anche di dover riconoscere le proprie responsabilità nella relazione che sta vivendo. Tutt’altra cosa dal tipo di love song prevalente nel genere.

Woman spingeva la solita identificazione tra canzone/autore e ascoltatore/fan in una direzione nuova. E non si trattava d’amore soltanto (“soltanto”? Cosa c’è di davvero più importante poi – sembrava dirlo proprio Lennon). John vi faceva i conti con la propria “sconsideratezza”, con “il vero significato del successo” ma anche con “the little child inside a man”, compresi i duri nati nella Liverpool portuale e “working class”, compresi i ragazzi segnati a fondo ma ribelli di fronte alla crisi del nucleo famigliare, alla mancanza o irrilevanza di figure paterne, alla precoce scomparsa o alla fragilità di quelle materne (o, all’opposto, all’autoritaria presenza di figure sostitutive).

Soprattutto, in quella e in altre sue canzoni dei Settanta, emergeva la disillusione e la critica ai sogni accesi dalla fase che dal primo dopoguerra andava fino all’inizio del decennio Settanta, di cui gli anni Sessanta erano stati la lunga stagione “magica”, che aveva avuto nei Beatles gli interpreti più naturali e popolari (“con la pura potenza dell’immaginazione, reinventando e ponendo le basi di un nuovo evo, colorato, utopistico, capace di un sincretismo radicale” come ha scritto il filosofo e musicista Massimo Donà in “La filosofia dei Beatles”, Mimesis).

Sulla luna ma sconnessi

Doveva essere stata quella neve, o quella brina luccicante, un accenno di splendore dell’inverno che il treno stava attraversando, uscito dalla cappa di nebbia e smog sopra Mestre-Porto Marghera, a evocare John Lennon, forse un’eco natalizia, di Happy Xmas (War Is Over), la più politica delle canzoni di Natale, come Imagine è la più politica della ballad (“L’ho avvolta nello zucchero, così il suo contenuto radicale arriva a più persone”, ha detto una volta il suo autore: la sconsiderata leghista che di recente l’ha definita “comunista” ha sbagliato per difetto, Imagine è un brano ancor più radicale e sovversivo, per quanto, appunto, camuffato nel miele della melodia).

Quanto a Woman, avevo i miei motivi per farmela risuonare in testa, motivi che non mi facevano vedere l’ora di arrivare a Milano per raggiungere una cabina telefonica. Non esistevano i cellulari, non potevi telefonare quando qualcosa te lo suggeriva, e neppure gli smartphone evoluti con cui puoi fare quasi qualunque cosa (avendo incorporata, e mettendoci in tasca, più tecnologia di quanta ne fosse servita per andare sulla luna nell’estate del ’69, il culmine della promessa di potenza, benessere e progresso di quella fase storica, che è anche l’anno in cui uscì Abbey Road, l’ultimo vero album dei Beatles ormai in via di scioglimento).

Mark David Chapman
Mark David Chapman

Porto e working class

Con uno smartphone l’avrei saputa in treno la notizia. Invece, mentre il mondo incominciava a commuoversi e a cantare le sue canzoni, e a Central Park affluivano a migliaia i fans affranti e increduli, nella bolla del treno in corsa, nella tarda mattina di dicembre, tutto era ancora come sempre e, come sempre, anche se l’occasione per avere in testa qualcosa che c’entrasse col rock, era stata tutt’altra (Bonham e i Led Zeppelin in quel caso), John Lennon compariva.

Dalle mie parti, a Marghera, a suo modo una Liverpool – porto e working class, gente con radici troncate, scaraventata nel futuro, un mucchio di gruppi rock e pop e di gente che canta e suona comunque – il rock è arrivato presto con le navi e con le fughe in Europa e in America di chi non ne poteva più delle solite cose o non poteva più sopravviverci, ma poi ci tornava, con dischi qui non ancora disponibili, con la musica nuova. Le nuove band, Beatles e Rolling Stone prima, poi gli Who e così via, erano appunto band. Il primo e a lungo il solo citato per nome e cognome era giusto John Lennon. Aveva una faccia, un’aria e un timbro di voce, sfrontate, aggressive, a volte ritrose a volte temerarie, che sentivi consuete, riconoscibili. Era il rock, era il posto da cui scaturiva, era tale per le sue ambiguità, le melodie, la durezza, poi la sregolata disponibilità a sperimentare ruoli e linguaggi e pratiche e stili di vita, per curiosità e per necessità, per insofferenza verso i vecchi modelli.

Sincero e ambiguo

The Beatles, (left to right), Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr and John Lennon,1964.
The Beatles, (left to right), Paul McCartney, George Harrison, Ringo Starr and John Lennon,1964.

Lennon era, in ciò, sincero e ambiguo all’estremo, come dimostrano le sue “vite” (al plurale, come nel titolo originale della biografia dedicatagli da Goldman, un tentativo di ucciderlo un’altra volta, ma non senza fondamenti anche se, infine, abbastanza infame).

Grazie anche a Yoko Ono, ambigua pure lei quanto si vuole ma emersa, nel tempo, come figura di autentica forza magnetica per John e di riconoscibile valore intellettuale: qualche anno fa, ebbe il Leone d’Oro della Biennale Arte, consegnatole da Massimo Cacciari, lei era minuta, antica e carismatica, come si è visto anche in altre occasioni veneziane – grazie anche a Yoko, dunque, nei suoi ultimi anni Lennon ha radicalizzato la critica alle illusioni dei “Sixties”. Il suo distacco dai Beatles è il frutto di questa rottura con quell’epoca e dello sforzo di entrare, da artista e da uomo, in un tempo nuovo.

Naturalmente, con il peso del” prima” addosso, da scrollarsi via per vivere una nuova libertà e, appunto, una nuova responsabilità. Difficile a farsi, soprattutto sul versante della responsabilità, come i tormenti e le cadute dell’ultimo Lennon dimostrano.

Lo strillone e i titoli

Nessuno sapeva che quello fosse l’“ultimo Lennon”. Ci avrebbe dato esplorazioni e intuizioni e racconti straordinari, forse; o forse si sarebbe perso nelle sue contraddizioni, come altre volte era accaduto.
Sceso dal treno a Milano, in cerca di quella cabina telefonica suggeritami da Woman, vidi uno strillone con i quotidiani del pomeriggio, allora esistevano ancora, “La Notte” o “Stampa Sera” o “Il Corriere d’Informazione”. Tutti, a caratteri cubitali, gridavano la notizia. Quell’epoca, una certa giovinezza dell’Occidente, era finita davvero, e nel sangue. Bisognava, bisogna, inventare altri tempi, immaginarli. —

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova