Sanità: Tosi all’assalto della riforma Zaia

Il sindaco di Verona (tramite Coletto) si oppone alla riduzione di Usl e ospedali prevista dal Piano voluto dal governatore
Di Filippo Tosatto

VENEZIA. Tra i cavalli di razza della politica veneta, Luca Zaia e Flavio Tosi, si profila un duello che ha come epicentro il business più ingente del Veneto, la sanità pubblica, sì: 8,5 miliardi di spesa annuale, pari all’80% delle risorse stanziate dal bilancio regionale. In ballo ci sono equilibri di potere e dinamiche politiche, interne alla maggioranza di centrodestra che regge Palazzo Balbi e diretta espressione delle correnti che si fronteggiano in seno alla Lega; ma l’esito dello scontro influenzerà anche il futuro del welfare sul territorio e la qualità della vita dei cittadini.

Al centro della contesa c’è il nuovo Piano socio-sanitario, approvato (a distanza di 18 anni dal precedente) dalla V Commissione, con i voti di Lega e Pdl e la benevola astensione di Pd, Udc e Idv. Ideato dal top manager di settore, Domenico Mantoan, prevede un’ampia ristrutturazione del sistema, con nuove gerarchie di cura, medicina integrata e attiva h 24, più servizi sul territorio e meno ricoveri, preludio a un taglio dei poli ospedalieri ritenuti superflui o eccessivamente onerosi. L’obiettivo è rimodellare un’offerta sanitaria compatibile rispetto alla drastica riduzione dei finanziamenti pubblici, crollati - nel giro di cinque anni - dal 10 allo 0,8% di adeguamento annuale rispetto al budget precedente. L’ultima parola sul Piano spetta al consiglio regionale: ma la discussione - inizialmente prevista nei giorni del 29, 30 e 31 maggio - è stata posticipata di due settimane dal presidente dell’assemblea Clodovaldo Ruffato alla luce del “maxi emendamento” annunciato a sorpresa in giunta dall’assessore alla sanità, il tosiano Luca Coletto, ora impegnato a metterlo a punto. Un fulmine e ciel sereno ( tanto più inatteso dopo l’ampia convergenza raggiunta in commissione) accolto con malcelato dispetto dal governatore Zaia, convinto sostenitore delle politiche di risanamento e riforma contenute nel Piano.

La lettura politica della vicenda non ammette equivoci: il gesto di Coletto riflette la longa manus del sindaco di Verona; rinvigorito dal clamoroso successo elettorale e dall’ascesa al vertice leghista del suo lord protettore Maroni, ma ora chiamato ad onorare gli impegni assunti nei confronti delle lobby che l’hanno sostenuto e dei tanti notabili pidiellini (perlopiù di estrazione galaniana) che hanno rimpolpato la sua lista civica. La versione attuale del Piano, ecco il punto, va in direzione opposta ai suoi obiettivi; perché erode lo strapotere dei baroni di medicina generale, intacca l’esclusiva competenza di giunta in materia di governance (prevedendo il voto finale del consiglio sul manager designato), riduce le Usl e ripensa in modo radicale l’attuale rete ospedaliera, prevedendo - come trasparirà dalla “schede tecniche” - la chiusura o il declassamento di sette ospedali, inclusi due veronesi: Bussolengo e Borgo Roma nel capoluogo. Eresie agli occhi di Tosi. Peggio, colpi di piccone al sistema di potere e di consenso che - abbinato all’indubbia capacità amministrativa - gli ha consentito di svettare nella scena politica.

Ma se il leghista di Verona vuole cambiare rotta, il suo compagno-rivale di partito Zaia è deciso a non cedere di un palmo. A motivarlo - ha spiegato ai più stretti collaboratori - è la convinzione che solo una riforma strutturale dei centri di spesa e della rete di servizi consentirà alla sanità veneta di resistere ai tagli statali garantendo la continuità delle prestazioni erogate. Una linea di rigore obbligata, che il governatore del Veneto è deciso a percorrere senza sconti né ammiccamenti, scontando, se necessario, il “fuoco amico” orchestrato da Flavio Tosi.

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