Stefani risponde al padre dopo il Tso al figlio: «La malattia non può cancellare il diritto a immaginare un domani»
L’appello di chi ha un familiare che soffre di problemi psichiatrici, pubblicato ieri dal nostro giornale, è stato raccolto dal presidente della Regione: «Risposte a problemi così complessi richiedono tempo, risorse e un lavoro condiviso»

Caro genitore,
ho letto la sua lettera pubblicata ieri da questo giornale con attenzione e profonda commozione. Fra le tante parole che non mi hanno lasciato indifferente, c’è quel «Papà, salvami», che interroga certamente lei in prima persona e, se lo permette, anche tutta la nostra comunità. Ed è proprio nella consapevolezza che una responsabilità simile debba essere condivisa, che ho deciso di scriverle.
Prima di tutto per dirle grazie. Grazie per aver trovato, dentro una sofferenza così grande, la forza di raccontare la sua storia. Grazie perché, pur attraversando anni di dolore, sgomento e sacrifici, non ha chiesto un privilegio per suo figlio, ma ha scelto di dare voce a tante famiglie che vivono la stessa condizione, lontano dai riflettori e troppo spesso in solitudine.
La sua lettera contiene una domanda alla quale le istituzioni hanno il dovere di rispondere. Non soltanto con la voce, ma con l’ascolto, con le scelte e con i fatti. La salute mentale, soprattutto quando riguarda i nostri giovani, deve essere una priorità. Questa convinzione accompagna il mio impegno pubblico e, particolarmente, questo mandato in Regione. Perché dietro ogni diagnosi ci sono una persona, una famiglia, delle relazioni, delle speranze. E perché nessun ragazzo può essere identificato soltanto con la propria malattia, così come nessun genitore deve sentirsi abbandonato nella battaglia per il futuro di un figlio.
Mi ha colpito profondamente un altro passaggio della sua lettera: quando scrive che suo figlio non può essere semplicemente un malato da custodire, ma un ragazzo da recuperare. Credo che in queste parole ci sia il senso più autentico della sfida che abbiamo davanti.
Curare è fondamentale, ma non basta. Dobbiamo costruire le condizioni perché, anche nelle situazioni più complesse, ogni giovane possa avere davanti a sé una prospettiva, un percorso di autonomia, la possibilità di studiare, lavorare, costruire legami e ritrovare il proprio posto nella società.
Questo significa rafforzare la prevenzione, intercettare precocemente il disagio, sostenere i servizi territoriali, investire nelle professionalità e sviluppare percorsi terapeutici e riabilitativi capaci di rispondere alle diverse età e ai differenti bisogni. Significa anche affrontare con determinazione il rapporto sempre più preoccupante tra disagio psichico e consumo di sostanze. E significa, soprattutto, non lasciare sole le famiglie. Perché la sofferenza di un figlio coinvolge inevitabilmente chi gli sta accanto. Il dolore, la fatica quotidiana, la paura del futuro e quella domanda terribile — «Chi si occuperà di lui quando noi non ci saremo più?» — meritano risposte concrete e una presa in carico che non si interrompa nei momenti di maggiore fragilità.
Nella sua testimonianza ho colto anche un sentimento di riconoscenza verso i medici, gli infermieri, gli operatori dei servizi e delle comunità che avete incontrato. Voglio unirmi al suo ringraziamento. Sono donne e uomini che ogni giorno, con competenza e umanità, affrontano situazioni difficilissime. Abbiamo il dovere di metterli nelle condizioni di lavorare al meglio e di valorizzare il loro impegno. Non voglio nasconderle che le risposte a problemi così complessi richiedono tempo, risorse e un lavoro condiviso.
I primi passi li abbiamo già compiuti: dal percorso avviato per l’introduzione della figura dello psicologo di comunità, al nuovo piano per la salute mentale. Ma la complessità non può diventare un alibi per non agire. E non possiamo rassegnarci all’idea che una famiglia debba arrivare allo sfinimento prima di trovare un sostegno adeguato. Per questo vorrei invitarla personalmente a Palazzo Balbi, sede della Giunta Regionale del Veneto. Mi piacerebbe incontrarla e approfondire insieme le proposte che ha avanzato.
L’auspicio è che la sua lettera non rimanga soltanto una testimonianza dolorosa, per quanto importante. Ma che diventi anche occasione di confronto e stimolo concreto per migliorare ciò che ancora non funziona.
Ho letto con interesse anche la sua proposta di riunire le famiglie venete che affrontano queste difficoltà. Credo che meriti attenzione. Le istituzioni devono saper ascoltare non soltanto gli specialisti e gli operatori, ma anche chi vive ogni giorno, nella propria casa, le conseguenze della malattia e le difficoltà dei percorsi di cura. Lei scrive che da soli siete formiche, ma insieme potete diventare una voce. Io credo che quella voce debba essere ascoltata. E che il compito delle istituzioni sia anche quello di aiutarla a non rimanere isolata.
Vorrei infine rivolgere un pensiero a suo figlio. Non conosco il suo nome, ma so che ha 24 anni. E a 24 anni si deve poter guardare al futuro con fiducia, anche quando la vita ha imposto prove durissime. La malattia non può cancellare il diritto a immaginare un domani.
Caro genitore, lei conclude la sua lettera dicendo di essere stanco, ma di voler continuare a combattere per suo figlio. Le auguro di non perdere mai quella forza. Ma soprattutto vorrei che non dovesse più sentirsi costretto a combattere da solo.
La aspetto a Palazzo Balbi.
Con stima, vicinanza e un sincero abbraccio a lei, a sua moglie e a suo figlio.
*Presidente della Regione del Veneto
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