Torna la sfida della Venetix «Noi bilingue come Bolzano»

GRANTORTO. Il dialetto come arma della secessione, la Venetix per staccarsi dall’Italia e “ottenere gli stessi privilegi dell’Alto Adige, che ha introdotto il bilinguismo con le quote riservate ai tedeschi e agli italiani nella pubblica amministrazione”. Il Veneto gigante in economia e nano in politica, riscopre l’arma della lingua materna per “sfidare Roma”: bocciato il referendum sull’indipendenza, negata l’autonomia speciale con i 9 decimi di imposizione fiscale stile Trento e Bolzano, ora tenta di aggirare l’ostacolo, con la speranza che il governo chiuda gli occhi e non chieda l’aiuto della Corte Costituzionale.
E come l’Austria ha difeso il Lombardo–veneto dall’assalto delle truppe sabaude nel quadrilatero Mantova-Peschiera-Verona-Legnago, due secoli dopo ecco spuntare il “quadrilatero” del venetismo che ruota attorno a Grantorto, santa Lucia di Piave, Segusino e Resana: la loro battaglia approderà in aula oggi con il Pdl 116 che ha ottenuto il via libera di tutti i partiti tranne il Pd.
Ma come si traduce Grantorto in dialetto, o “lengoa veneta” nella toponomastica “bilingue” ? Luciano Gavin seduto sulla poltrona, sfoglia il libro con le immagini del suo paese, e ribatte: “Il problema non mi riguarda, risparmierò i “skei” del cartellone stradale ma le delibere, quelle sì, le scriverò in dialetto veneto. La nostra battaglia è per sopravvivere con la globalizzazione: io non ho mai applicato l’addizionale Irpef”.
Il sindaco di Grantorto, un architetto che ha collaborato con Libeskind ed è stato premiato da Napolitano per il suo intervento a favore dei terremotati dell’Aquila, è il portavoce dei 4 Comuni della Venetix: la prima tappa sarà l’ insegnamento del dialetto a scuola, ma alla media Tintoretto la vicepreside Piovan ribatte: “Non ne sappiamo proprio nulla. Qui studiamo l’inglese e il francese, siamo già trilingue” aggiunge la bidella.
La scuola media Tintoretto.
Sono le 11. Suona la campanella per la ricreazione. I ragazzi escono in cortile. Sui muri del corridoio sono appesi i manifesti con i corsi estivi a Parigi e Londra, due ore d’aereo e il multiculturalismo può cambiare la vita quando si dovrà cercare un lavoro all’estero. La Tour Eiffel, la Senna, la Tower Bridge e il Tamigi che compaiono sul cellulare, con un clic diventano realtà. Accanto alla finestra campeggia un manifesto contro la mafia. E il dialetto? «Lo impariamo a casa da nonni e dai genitori, lo sappiamo da piccoli senza spendere un centesimo, ci piace con i suoi proverbi, ma appena metti piede fuori da qui devi parlare in italiano per farti capire», dicono in coro alcune ragazze.
L’acqua come petrolio.
Grantorto, 4.600 abitanti, è un microcosmo che ruota attorno a Cittadella, Vicenza e Padova: sotto la terra nasconde un “petrolio” che si chiama acqua delle risorgive. Prati stabili per il fieno e il latte: qui si produce grana padano e Asiago, ma le stalle sono ridotte alla miseria perché la Ue ha liberalizzato il prezzo e un litro di latte viene pagato 26 centesimi, 500 vecchie lire. Persa la battaglia delle quote Ue, spenti i motori dei trattori dei Cobas, questa terra sta attraversando la lunga crisi con le fabbriche che chiudono e il sindaco che assume i licenziati per i lavori socialmente utili.
Resta il “petrolio” delle risorgive, che Veneto Acqua vuole prelevare dai pozzi per dissetare il Polesine. 87 m3 al minuto gratis, quando invece a San Giorgio in Bosco la Nestlè versa 360 mila euro l’anno nelle casse del comune per imbottigliare la “Vera”. E anche Scorzè incassa il suo lauto tributo alla san Benedetto di Zoppas. In base alla par condicio, anche Grantorto attende il giusto indennizzo: Zaia è pronto a dare una mano?
Il laboratorio venetista
Perché il dialetto da “studiare a scuola” si sposa con la rivolta delle tasse e la protesta dei 179 sindaci che tre anni fa hanno chiesto il referendum sull’indipendenza? Perché il sogno della Repubblica di san Marco non è mai tramontato: la Corte costituzionale ha bocciato la legge, ma i sindaci non mollano. E portano avanti la stessa battaglia avviata nel 1978 da Franco Rocchetta, Marilena Marin e Achille Tramarin quando fondarono la Liga Veneta: eletti in Parlamento sono stati poi fagocitati dai “lumbard” di Bossi, ma il tema della lingua come identità non è mai scomparso. E anche i “Serenissimi” che hanno scalato il campanile di san Marco con il “tanko” sono figli dello stesso pensiero.
Il bilinguismo.
L’ultima tappa riguarda l’identità culturale. «Il nostro modello resta l’Alto Adige, loro hanno le quote riservate a italiani e tedeschi», spiega il sindaco Gavin. «In Veneto il bilinguismo non si può fare perché il dialetto non è riconosciuto come lingua con pari dignità del friulano e sardo ma noi vogliamo che sia insegnato lo stesso nelle scuole. Chi paga i corsi? Che sia lo Stato o la Regione non cambia nulla. Ma guai se finisce come per i prefetti i e questori: 7 su 7 parlano tutti un perfetto italiano e dialetti che con il veneto non hanno nulla a che fare», conclude Gavin.
La gente al bar.
Davanti alla chiesa, il bancone di «Dolce Amaro» sforna brioches, toast e caffè tra le battute e i fatti di cronaca. Grantorto è alla ricerca del ladro che ha distrutto il crocifisso in legno: oltraggio alla fede? Ma no, tutti sanno che c’è un balordo di Caldogno che entra ed esce dal carcere. “Ci vogliono le manette. Stop”.
Studiare il dialetto? «Certo, così possiamo salvare le tradizioni», risponde Flavio, operaio in pensione: si è diplomato al Rossi di Vicenza da ragazzo e ha girato le migliori aziende meccaniche della zona. «Resta da capire quale dialetto. Grantorto è ai confini di Padova, Vicenza e Treviso. Nelle cucine si faceva la polenta nel “caliero” ma appena attraversi il Brenta il pentolone lo chiamano “lavedo” E la nebbia che i vecchi chiamavano “bòra” a Romano d’Ezzelino è il “caìvo”. Pensi un po’.» Una signora aggiunge. “Dialetti in Italia ce n’è uno per provincia. A Bergamo in val Trompia hanno una pronuncia così strana che sembrano tutti arabi, questa estate al mare non capivo “gnente”, altro che i toscani con le consonanti aspirate». Sapienza popolare distillata a mo’ di battute, senza scomodare il teatro di Goldoni. Qui nessuno pensa allo Stato Veneto, il problema è il lavoro che manca. «Certo, se sai parlare bene il dialetto ti prendono come manovale o a cavare i sassi dal greto del Brenta: non hai un futuro», dice una ragazza che studia a Cittadella e ama Vicenza. «So che quando mandi un curriculum, un’azienda ti chiede la perfetta conoscenza dell’inglese scritto e parlato per non parlare del francese e del tedesco. Gli immigrati che arrivano qui parlano due-tre lingue, meglio di noi. Sarebbe tragico finire in coda alla lista».
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