Una cosca della ’ndrangheta a Verona 23 arresti, fra gli indagati anche Tosi

Colpito il clan di Antonio Giardino di Isola Capo Rizzuto. Le ipotesi di reato: truffa, corruzione, estorsione e traffico di droga
Interpress\M.Tagliapietra Venezia 04.06.2020.- Conferenza stampa Procura arresti criminalita' organizzata.
Interpress\M.Tagliapietra Venezia 04.06.2020.- Conferenza stampa Procura arresti criminalita' organizzata.

Carlo Mion / venezia

«Ancora una volta abbiamo potuto evidenziare che la 'ndrangheta ha valorizzato dei rapporti diversi dalla casa madre con imprese fittizie che riciclavano denaro coinvolgendo imprenditori specie edili e uomini della Pubblica amministrazione compiacenti, creando fondi cassa che poi venivano utilizzati per le più avariate attività criminali a cominciare dallo spaccio di stupefacenti. Quanto accaduto nel Veronese conferma quanto accaduto in altri luoghi del Veneto ed è preoccupante». A parlare è il Procuratore capo antimafia di Venezia Bruno Cherchi. Pronuncia queste parole sottolineando “ancora una volta”, presentando l’operazione di polizia e Dda che hanno smantellato una ’ndrina che aveva messo le radici nel Veronese. E da decenni. Una cosca tra le più sanguinarie, capeggiata da Antonio Giardino dell’omonima famiglia di Isola Capo Rizzuto. Sedici le persone arrestate per mafia, mentre altre dieci tra domiciliari e obbligo di firma per reati vari collegati al gruppo mafioso. Un quadro già visto nella nostra regione negli ultimi anni, da Eraclea a Padova, Vicenza e ancora Verona. Solo lo scorso anno in Veneto in tre distinte operazioni sono state eseguite 150 misure cautelari per mafia. Questo per capire quel “ancora una volta” pronunciata da Cherchi. Tra gli indagati, per l'ipotesi di concorso in peculato, c'è anche il nome dell'ex sindaco di Verona, Flavio Tosi che si è detto estraneo alla vicenda.

La figura di spicco, secondo gli investigatori della squadre mobili di Verona e Venezia e dello Sco, coordinati dal pm Lucia D’Alessandro, è sicuramente Antonio Giardino, detto “Totareddù”, attivo autonomamente a Verona, ma legato alla Calabria, con la cosca Arena-Nicoscia, di Isola Capo Rizzuto, da dove gli arrivavano fondi e droga. Ed è dal mercato della droga che proveniva il fiume di denaro che poi la cosca riciclava in varie attività utilizzando “teste di legno”, messe a dirigere imprese e aziende, soprattutto nel mondo dell’edilizia. Ma i calabresi non disdegnavano nemmeno i rifiuti. Gli affari andavano talmente bene che la Dda ha sequestrato beni vari, tra case, auto, ville, appartamenti, quote societarie, conti correnti e terreni, per un valore di 15 milioni di euro.

I reati contestati, a vario titolo, sono associazione mafiosa, truffa, riciclaggio, estorsione, traffico di droga, corruzione, turbata libertà degli incanti, trasferimento fraudolento di beni e fatture false. Reati tipici delle mafie arrivate al Nord soprattutto per riciclare. Clan che hanno bisogno di professionisti e imprenditori e di non fare troppo rumore che rischia di attirare l’attenzione delle forze di polizia. «Non sono mafie che hanno bisogno di sparare. Si sono inserite nel tessuto economico anche perché a molti degli imprenditori coinvolti fa comodo la loro presenza - ha detto Francesco Messina, Direttore Centrale Anticrimine della Polizia -. Nessuno può dire che non sapeva con chi aveva a che fare. Del resto questa famiglia è presente sul territorio dalla fine degli anni Ottanta. Ha saputo costruire una serie di rapporti stretti in un gioco “do ut des” tale da controllare le più svariate attività del territorio, forte di licenze e permessi, contrattati anche con pubblici funzionari. Questo facendo leva, su svariate attività: dalla droga, all'usura passando per riciclaggio ed estorsione, come già accaduto in Lombardia ed Emilia».

Gli inquirenti hanno spiegato che lo sbarco a Verona avviene con il traffico di cocaina destinata alle piazze della città. È Antonio Giardino il regista di tutto Riusciva a comandare anche mentre era in carcere. Quindi decide di riciclare i soldi con le slot machine da piazzare nei bar. Per eliminare la concorrenza dei regolari i calabresi passano alle minacce e alle aggressioni fisiche. Infine sbarcano nel mondo delle imprese edili. Un classico per i clan che sanno come creare, grazie alle consulenze di professionisti, le imprese fittizie che servono a prestare denaro ad usura o per creare un giro di false fatture. Inevitabile il rapporto con le pubbliche amministrazioni che a Verona ha voluto dire Amia, la municipalizzata per i rifiuti: qui finte prestazioni, dazioni e bustarelle, sono le accuse che hanno portato ai domiciliari l'ex presidente Andrea Miglioranzi e l'attuale direttore Ennio Cozzolotto. Nell'inchiesta entra il nome di Flavio Tosi, accusato di concorso in peculato per una distrazione di fondi di Amia, 5.000 euro, imputata a Miglioranzi, per pagare la fattura di un'agenzia di investigazioni privata, nell'interesse di Tosi. «Non ne sono nulla - ha risposto Tosi - ne uscirò estraneo, come in tutte le altre occasioni». —

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